Da Stonehenge a Rapa Nui: Donald Wandrei e il ritorno dei Titani

Prendendo a piene mani dalla letteratura “Weird” di H.P. Lovecraft e Arthur Machen e unendo quanto ricavato con le ipotesi di Charles Fort e le dottrine teosofiche ed “atlantidee”, il romanzo del 1932 di Wandrei ha saputo anticipare se non addirittura plasmare gran parte delle correnti culturali ascrivibili alla cosiddetta “realtà alternativa” della seconda parte del XX secolo: dal “realismo magico” di Jacques Bergier alla “paleo-astronautica”, dall’incontro con civiltà extraterrestri fino ad alcune previsioni distopiche che oggi, a quasi un secolo di distanza, non sembrano affatto fantascientifiche.


di Marco Maculotti

 

«La terra era legata ad altri mondi, all’interno e all’esterno, e dai loro laboratori nell’ultracosmo, i Titani riannodavano questi legami.»

«Essi reclameranno per sé tutto ciò che vive, loro che ci hanno fatti di polvere e di fuoco che consuma.»

— D. Wandrei, “The Web of Easter Island”

 

Fin dalla scoperta dei coloni europei, avvenuta nel XVI secolo da parte dell’olandese Jakob Roggeveen, l’isola di Rapa Nui (più comunemente conosciuta come “Isola di Pasqua” perché il primo sbarco avvenne la domenica di Pasqua del 1722), ubicata nel Pacifico meridionale a 3600 km dalla costa del Cile, ha sempre destato lo sconcerto di esploratori, storici e antropologi. I suoi muri e piattaforme megalitici e ancora di più gli enigmatici Moai estratti direttamente dalle cave di granito al centro dell’isola e portati sulle spiagge con metodi tutt’oggi non del tutto chiari hanno da sempre scatenato le ipotesi più fantasiose ed “esoteriche”, dalla civilizzazione in tempi antichissimi da parte di navigatori atlantidei fino alle più recenti teorie “fantarcheologiche” che la vorrebbero colonizzata, e poi abbandonata all’improvviso, da una qualche presunta civilizzazione aliena.

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I Moai dell’isola di Pasqua

Dall’avvento del “realismo magico” con la pubblicazione nel 1960 de Il mattino dei maghi di Pauwels e Bergier in poi, si è addirittura assistito a una vera e propria speculazione mediatica inerente ai misteri di Rapa Nui, individuata da una lista sempre più lunga di autori come uno dei siti archeologici che maggiormente porterebbe acqua alle proprie ipotesi. Dallo svizzero Erich von Däniken a Graham Hancock, gli alfieri della fanta-archeologia hanno sfruttato fino alla sfinimento tutti i lati più enigmatici dell’isola, ponendola per importanza, all’interno delle proprie ipotesi, al livello delle Piramidi di Giza, dei siti megalitici del Perù precolombiano e di Stonehenge.

⁂ ⁂ ⁂

Nondimeno, qualche anno prima dell’uscita del libro-culto di Bergier e Pauwels, l’esploratore e archeologo norvegese Thor Heyerdahl pubblicava un libro, Aku-Aku (1957), interamente dedicato a Rapa Nui e alla tradizione folkorica della sua gente, opera nata dalle numerose visite, perlustrazioni e interviste eseguite in loco in prima persona. La tesi avanzata in Aku-Aku, già avanzata nelle precedenti opere dell’autore fra cui American Indians in the Pacific (1952), poneva l’attenzione sulle similitudini e sui parallelismi esistenti, nella tradizione mitologica orale come nelle raffigurazioni artistiche, nell’artigianato e nell’etimologia, tra l’isola di Pasqua e altre isole dell’oceano Pacifico, tra cui le Hawaii, le Marchesi, Tahiti e l’arcipelago polinesiano.

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Heyerdahl riteneva che tali civiltà fossero state fondate tutte da un’antica genia di navigatori e colonizzatori, ricordati nel folklore delle isole del Pacifico in qualità di “eroi culturali”, che avrebbero edificato anche alcuni dei più antichi e ciclopici siti del Perù e del Messico, regioni le cui tradizioni mitologiche parlavano dell’antica venuta di cosiddetti “dèi bianchi” come Viracocha e Quetzalcoatl, giusto per menzionare i due più celebri. Non troppo dissimile nella sostanza dall’ipotesi “atlantidea” della scuola teosofica, la tesi di Heyerdahl venne osteggiata da una vasta componente dell’antropologia e dell’archeologia accademica, che intravedeva nelle sue ipotesi una sorta di continuazione di quelle che fondavano il lavoro di ricerca dell’Ahnenerbe tedesca. Ciò nonostante, le tesi “transoceanica” e “talassocratica” di Heyerdahl ha col passare del tempo trovato sempre maggiori conferme, anche dal punto di vista delle più moderne analisi genetiche.

Ma ancora prima di Heyerdahl, e in un ambito differente, fu Donald Wandrei, uno scrittore americano di stampo lovecraftiano (nonché amico personale e corrispondente dello stesso HPL) a concentrare le sue visioni fantastiche sull’isola di Pasqua e i suoi Moai in un romanzo ad oggi considerato uno dei migliori “proseguimenti” dell’opera del Sognatore di ProvidenceThe Web of Easter Island (scritto nel 1932 ma uscito solo nel 1948), pubblicato in Italia con il titolo I giganti di pietra, si configura come un’opera particolarmente preziosa perché, oltre a ricalcare le orme di Lovecraft, sa pescare a piene mani anche da altri autori di prim’ordine all’interno della corrente Weird, mescendo il tutto con apprezzabile destrezza ed equilibrio, riuscendo addirittura — come avremo modo di vedere — ad anticipare in larga parte il filone ufologico della seconda metà del secolo, dalla teoria degli “Antichi Astronauti” a quella dei Grigi, nonché alcuni elementi distopici del mondo contemporaneo che l’autore intuì quasi un secolo fa, con sorprendente lucidità.

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⁂ ⁂ ⁂

Si tratta dell’unico romanzo di Wandrei, che aveva già proseguito l’opera di Lovecraft con due racconti usciti nel 1933 — The Fire Vampires e The Tree-Men of M’Bwa. Alla morte del suo maestro, Wandrei fondò insieme a August Derleth la casa editrice Arkham House, con il preciso scopo di preservare ed espandere l’universo di Lovecraft, pubblicando opere antologiche, epistolari e racconti di ispirazione lovecraftiana che potessero dare nuova linfa ai cosiddetti “Miti di Cthulhu”. In The Web of Easter Island emerge particolarmente l’influenza lovecraftiana, in particolare dell’HPL più “acquatico”, quello di Dagon/The Call of Cthulhu/The Shadow over Innsmoth. Oltre all’espediente narrativo dei “ritagli di giornale”, che segue pedissequamente l’esempio lovecraftiano nel racconto che dà il nome al ciclo di racconti, ricorre anche la menzione alla famiglia Marsh, centrale nella mitogonia terrifica de La maschera di Innsmouth, mentre la parte conclusiva, in cui l’isola di Rapa Nui si trasfigura in seguito al risveglio degli Antichi, ricorda al lettore l’ambientazione esotica di Dagon.

E ancora, la discesa ipogea all’interno del misterioso tunnel scavato per chilometri al di sotto del cimitero “maledetto” di Isling, che conduce il protagonista Carter E. Graham a un mondo di orrori geologici dimenticati, porta alla mente altre creazioni del Sognatore di Providence, come The Nameless City, At the Mountains of Madness e Under the Pyramids, scritto per l’illusionista e contorsionista Harry Houdini:

«Mura d’un verde grigio, lisce, senza la più piccola crepa, cominciarono a sfilare davanti ai loro occhi. Sembrava che fossero della stessa sostanza della pietra che aveva coperto l’ingresso al tunnel verticale. Chissà chi lo aveva costruito, e per quale scopo! […] E soprattutto non gli riusciva di immaginare da dove provenisse il materiale e l’abilità che aveva permesso la costruzione di un simile capolavoro architettonico in un’epoca che si perdeva nella notte dei tempi. Non dubitava minimamente, infatti, che quella inverosimile opera fosse più antica della Vadia e del Cimitero del Diavolo.»

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H.P. Lovecraft con Donald Wandrei

⁂ ⁂ ⁂

Altre scelte di Wandrei richiamano la mitopoiesi orrorifica di Arthur Machen. Impossibile, dando inizio alla lettura del romanzo, non avvertire l’impressione di leggere un racconto inedito di Arthur Machen: la narrazione inizia infatti ben lontano dall’oceano Pacifico e dall’isola di Pasqua, precisamente a Isling, località ubicata a breve distanza di Stonehenge, dove un’antica via romana, la Vadia, conduce il visitatore al “Cimitero del Diavolo”, luogo sinistro dove, secondo la voce popolare, durante l’occupazione delle legioni romane si celebravano «riti blasfemi e strane orge, e […] ancora prima, nel fondo di boschi di querce, i Druidi vi ave[van]o compiuto le loro mostruose cerimonie sacrificali» — sul leitmotiv di racconti dello scrittore gallese come The Great God Pan e The Red Hand.

Altri elementi macheniani vengono all’occhio del lettore attento: dall’elemento narrativo centrale rappresentato dal colore verde, che ricorre a più riprese come attributo cromatico del Male proveniente dall’Altrove e da epoche geologiche incalcolabili, fino ad alcuni accenni che hanno a che vedere con l’ambito folklorico dei fairies, come ad esempio il biancospino, albero fatato per eccellenza, che circonda il Cimitero del Diavolo, nonché la già menzionata commistione tra le tradizioni rituali più arcaiche ed indicibili e la più recente occupazione romana del territorio, che così spesso ricorre nella letteratura macheniana (ma anche nel celebre “sogno romano” di Lovecraft).

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O, ancora, la “regressione protoplasmatica” che si abbatte sulle vittime designate dal Male che dorme al di sotto del cimitero, primi fra tutti i membri della famiglia Grant, in apertura di romanzo. La sinistra vicenda, che evoca l’orrore sovrannaturale di Montague Rhodes James ed anticipa al lettore la narrazione vera e propria, si verifica dopo che un ragazzino di una famiglia locale porta a casa la famigerata statuetta di pietra verde, venendone alfine letteralmente risucchiato, similmente alle sventurate vittime di The Great God Pan, The Inmost Light e The Shining Pyramid, tre fra le opere macheniane più rappresentative:

«Sul letto, una forma grottesca e fosforescente, dai contorni mobili e imprecisi, circondata da un alone verde, era tutto quello che restava di Willy. Gli occhi neri, inumani e splendenti, non avevano più niente in comune con quelli del ragazzo. Willy Grant non esisteva più.»

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Donald Wandrei, H.P. Lovecraft e Frank Belknap Long, 1931

Questa forma di regressione all’informale, che Machen attribuiva al potere terrifico di Pan, è messa da Wandrei in relazione con la proverbiale “geometria non euclidea” di lovecraftiana memoria: è la spia dell’azione, nel nostro mondo, di un potere totalmente altro che non è in alcun modo sottoposto o arginato dalle leggi fisiche che reggono il nostro piano dimensionale. Ne consegue che le leggi che governano gli oggetti provenienti da questo Altrove non meglio specificato sono del tutto incomprensibili per la mente umana: la lastra che porta al mondo sotterraneo, eseguita da una mano ignota con una sconosciuta sostanza verde — la medesima di cui è fatta la statuetta che svolge il compito di “Guardiano del Sigillo” — possiede l’inspiegabile caratteristica di apparire e scomparire improvvisamente, e le iscrizioni vergate sulla sua superficie «non assomigliavano ad alcun segno conosciuto […] e tra le due diciture spiccava un’accozzaglia di simboli geometrici che non avevano niente in comune con quelli tradizionali di Euclide». E ancora:

«Era forse la lingua degli Atlantidi? Era la forma del primo linguaggio che aveva preceduto di millenni tutti gli altri? […] C’erano poi i segni geometrici, simboli stenografici di un sistema matematico e super-einsteniano, relativo a un tempo multiplo e a uno spazio multiplo».

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L’albo di “Astounding Stories” che contiene “Riders of the Universe” di Donald Wandrei

Completamente avulsa dalle leggi della fisica terrestre, la sostanza aliena mostra nella statuetta summenzionata altri strabilianti poteri, come quello di vibrare, materializzare l’aria intorno a sé e cambiare continuamente contorni e fattezze:

«Sembrava l’immagine di un mostro, ma non appena ero certo che fosse tale, ecco che assumeva l’aspetto di un antico dio, magnifico e terribile, suggerendo l’idea di un gigantesco titano proteso verso le stelle…»

Anche il tunnel ipogeo, interamente scavato nel misterioso pseudo-metallo verde grigio, possiede le stesse proprietà “non euclidee” della statuetta e della lastra adibita ad impedirvi l’accesso:

«In quel corridoio senza età si perdeva il senso del reale per sprofondare nel mondo dell’illusione e del sogno dove ogni cosa si spoglia della sua sostanza. […] Il soffitto, le pareti, il pavimento si mescolavano in una specie di sarabanda selvaggia. Quello che fino a un momento prima era stato in posizione verticale, diveniva orizzontale e poi verticale di nuovo. […] Il gigantesco gorgo si dissolse infine in una cascata radioattiva. Nel caos della materia le mura si spalancarono su una gigantesca tempesta magnetica della quale saettavano luminescenze simili al passaggio delle meteore.»

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⁂ ⁂ ⁂

La tematica centrale del racconto è — comme d’habitude per quanto concerne i racconti ascrivibili al “Ciclo di Cthulhu” — di sapore squisitamente teosofico: la supposta esistenza sul pianeta Terra, in ere geologiche incalcolabili secondo i criteri della storia dell’evoluzione umana, di entità aliene che, sebbene al momento si trovino “intrappolate” in un separato piano di esistenza da una conformazione astrale non favorevole, attendono che le stelle “tornino al loro posto” per riprendere nuovamente possesso di ciò che gli spetta di diritto: vale a dire il “nostro” pianeta, compresi ovviamente noi stessi che così ingenuamente ce ne siamo sempre creduti i padroni.

La presenza all’interno del tunnel sotterraneo di innumerevoli resti di scheletri appartenenti alle più svariate specie homo, al contrario, dà a Graham così come al lettore una visione delle cose ben più agghiacciante, in linea con la visione disincantata di Charles Fort e con l’ipotesi parafisica di Keel e Vallée:

«[…] per giustificare la presenza degli altri resti, quelli più antichi, bisognava che la costruzione del pozzo risalisse a una data anteriore a un milione di anni. Prima della nascita dell’uomo, quindi. O piuttosto, e questo secondo pensiero sconvolse Graham, prima dell’aurora della vita, come se la trappola avesse un rapporto intenzionale, calcolato, voluto, con l’esistenza dell’uomo sulla terra

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Thor Heyerdahl presso un Moai di Rapa Nui, 1955-56

Come nei racconti del maestro di Providence, anche qui si evince gli Antichi siano ancora adorati, in comunità isolate sparse per il mondo, con i riti più oscuri e degenerati. A questo riguardo, il professor Alton, collega di Graham, richiama soprattutto la mitologia contenuta ne Il richiamo di Cthulhu quando menziona riti e invocazioni pressoché identici, risalenti all’alba dei tempi, nel subcontinente indiano e nell’Africa subsahariana. Anche la traduzione dell’iscrizione sulla lastra del cimitero di Isling che egli, dietro richiesta di Graham, riesce a tradurre proprio confrontandola con gli idiomi indiani e africani da lui conosciuti, è in piena linea con l’atmosfera di orrore incombente e con le reminiscenze blavatskiane che la facevano da padrone nel racconto di Lovecraft:

«Svegliatevi! Lontani Titani del Tempo, e dello Spazio, e dell’Esistenza, creatori della Vita, creatori della Morte, creatori dell’Energia. Nel giorno destinato dagli astri, scendete dal vostro immenso mondo, attraverso le stelle, fino a questo piccolo mondo che voi avete creato. Prendete quello che è vostro e tornate nel vostro universo. O Guardiano del Sigillo, prendi tutto quello che i Titani ci hanno dato e che appartiene a loro, poiché loro stessi lo riprenderanno nel giorno che è stato fissato nelle stelle. Noi apparteniamo a te come a loro. E, aspettandoli, noi ti preghiamo. Titani remoti svegliatevi!»

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Guang Yang, “Under the Isle of the Dead”, 2019, ispirato a “The Call of Cthulhu” di H.P. Lovecraft

⁂ ⁂ ⁂

I già menzionati articoli di giornale che Graham, sempre più allarmato dalla situazione, collaziona, sono in tutto e per tutto una citazione di quelli che già in The Call of Cthulhu suggerivano il dilagare improvviso della follia, il ritorno delle stelle “al posto giusto” e, di conseguenza, quello degli Antichi stessi nel nostro mondo. Un’epidemia di violenza nell’Africa nera con aberranti rituali di sangue contemplanti sacrifici umani e torture di ogni genere; una guerra civile a Calcutta tra i membri delle diverse fazioni religiose, tutti egualmente convinti che i rispettivi “dèi ancestrali” stiano per ritornare; il suicidio di un giovane artista che come il Pickman lovecraftiano plasma attraverso la sua arte le sue orrende visioni, allo scopo di esorcizzarle; una rivolta seguita a una psicosi collettiva all’interno di un manicomio in Baviera; e ancora il gesto estremo di un poeta che lasciava scritti, come suo unico testamento, questi versi:

«Nelle vallate e nelle terre alte
I Titani si sveglieranno alfine,
S’apriranno gli abissi quadridimensionali
Essi sorgeranno dal nulla
E spiccheranno il volo dall’Isola di Pasqua.
Verranno planando dai golfi del tempo
E dello spazio.
I profeti hanno annunciato il ritorno dei Titani
Quando le stelle avran raggiunto
La giusta posizione
E il cielo si incendierà.»

Stone Henge, Wiltshire, engraved by Robert Wallis 1829 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J.M.W. Turner, “Stonehenge”, da “Picturesque Views in England and Wales”

Graham ha tutti i motivi per essere allarmato, anche perché, se gli indizi non fossero abbastanza chiari, sia il testo dell’iscrizione antica che quello della poesia sopra riportata, nonché tutte le varie menzioni nei fatti di cronaca al supporto “ritorno degli antichi dèi” combaciano in tutto e per tutto con un testo sacro, «scritto in una lingua sconosciuta, probabilmente anteriore al sanscrito», che egli aveva avuto modo di visionare personalmente durante un viaggio in Tibet, nel monastero di ParuSai, mostratogli da un monaco Sekhita:

«Quando le stelle si troveranno nella posizione profetizzata, allora i Titani si sveglieranno e ritorneranno. La terra si spalancherà, e da cripte più profonde di quanto sono alte le nubi, il Guardiano del Sigillo lancerà ai Titani il suo richiamo. Il Guardiano del Sigillo diverrà anch’esso grande come un Titano e andrà a porsi sul Crltul Thr. Le acque sorgeranno in un cielo di fiamma. Dal loro universo, al di là degli astri, scenderanno i Titani. Essi reclameranno per sé tutto ciò che vive, loro che ci hanno fatti di polvere e di fuoco che consuma

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Decenni e decenni prima (il romanzo, come detto, fu scritto nel 1932) dei vari Pauwels e Bergier, von Däniken ed epigoni vari, prima degli Anunnaki extraterrestri di Zacharia Sitchin, nella finzione narrativa de I giganti di pietra di Donald Wandrei troviamo già tutti i topòi più paradigmatici del “realismo magico” e della “paleo-astronautica”: dall’idea che antichi siti archeologici come Stonehenge e i Moai dell’isola di Pasqua siano collegati fra loro, a quella che questi e molti altri luoghi misteriosi siano stati eretti in illo tempore da una razza di “superuomini alieni” sbarcata sul nostro pianeta prima ancora dell’avvento dell’umanità, per giungere addirittura all’ipotesi della “creazione in vitro”, da parte di questi colonizzatori extraterrestri, della razza umana stessa, per mezzo dell’ingegneria genetica. In un passaggio concitato del romanzo, anticipando i tempi, Graham argomenta:

«Più pensavo e più mi convincevo che la vita umana era opera di questa potenza supercosmica. Ma per quale motivo era stata creata? Si trattava unicamente di una coltura di laboratorio impiantata per trovare un virus che servisse da antidoto a qualche malattia che affliggeva quelle superesistenze? Allo scadere di quelle tre settimane corrispondenti a un nostro milione e mezzo di anni, avrebbero colto il frutto del loro esperimento o ricominciato una nuova coltura? Un milione e mezzo di anni! L’universo conosciuto da noi forse è solo una molecola o una cellula della specie più comune nel superuniverso dei Titanici colossi. C’è una mosca, l’effimera, la cui esistenza dura solo una giornata. Ma per lei, l’effimera, queste ventiquattro ore valgono forse come cento anni per noi. Così questo milione e mezzo di anni di peccati, d’amori, di rancori, di morti, di invenzioni e di lento progresso verso la conquista della civiltà rappresentano forse solo qualche settimana nel tempo dei nostri padroni.»

⁂ ⁂ ⁂

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Un alieno “Grigio” rappresentato sulla copertina del libro “Communion” di Whitley Strieber, incentrato su una serie di presunte “abduction”

Ma non è finita qui. Ancora più sorprendentemente, Wandrei si spinse ben oltre. Nella parte finale del romanzo il protagonista viene risucchiato in una realtà alternativa distante un milione e mezzo di anni nel futuro e assiste sconcertato alla mutazione subita dall’umanità. La descrizione che fa dell’uomo che scende da un disco volante per fare la sua conoscenza ricorda in tutto e per tutto l’iconografia contemporanea dei cosiddetti “Grigi”, una specie aliena che alcuni appassionati di realtà alternativa riterrebbero essere proprio dei visitatori proveniente da un futuro lontano, dopo che il pianeta e l’umanità stessa avranno subito terribili catastrofi e cataclismi:

«L’uomo uscito dall’aereo scendeva nell’aria come se seguisse il tracciato di una scala invisibile. Aveva un aspetto grottesco: la testa troppo grossa sopra il corpo minuscolo e gracile, le membra lunghe e sottili come le zampe di un ragno, e immensi occhi profondi. […] La parlata dolce e fluida ricordava il cicaleccio di un uccello, e non assomigliava a nessuna lingua conosciuta.»

Le descrizioni con cui Wandrei anticipò di decenni l’intera mitologia dei flying saucers e degli alieni Grigi, le visioni bergeriane impregnate di “realismo magico” e l’ipotesi degli “antichi astronauti” sono troppo evidenti per essere ignorate. Con queste premesse si può sentenziare senza timore di smentita che egli rappresentò uno degli scrittori americani più influenti del secolo scorso per quanto riguarda lo sviluppo delle numerosi correnti ascrivibili alla “realtà alternativa”, insieme al summenzionato — ed egualmente immeritatamente misconosciuto al grande pubblico — Charles Fort.

Ma, per concludere, è d’obbligo sottolineare il fatto che ne I giganti di pietra si trovino anche alcune, altrettanto degne di nota, previsioni sul futuro dell’umanità, incupite da un’atteggiamento di critica verso la strada che essa ha imboccato nel XX secolo. In questo modo — seguendo l’esempio di Edward Bulwer-Lytton, che in The Coming Race (1871) aveva inteso operare una satira nei confronti delle «irritanti pretese democratiche», del «fanatismo patriottico» di molti americani, «abituati fin dall’infanzia all’uso quotidiano del revolver» e del nascente femminismo — Wandrei desiderò egualmente includere come sottotesto del suo unico romanzo un’amara previsione del futuro che, agli occhi di un ventiquattrenne americano degli anni Trenta, sarebbe toccato in eredità ai suoi discendenti.

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Donald Wandrei (1908 – 1997)

Questa parte conclusiva del romanzo si configura come altamente significativa, sia per la netta diversità di tono rispetto al resto dell’opera e per la distanza stilistica con i suoi maestri Lovecraft e Machen, sia soprattutto a causa delle sinistre previsioni che vanno a braccetto con quelle di Brave New World di Aldous Huxley (curiosamente anch’esso, come The Web of Easter Island, scritto nel 1932!). Previsioni che lette al giorno d’oggi, a quasi novant’anni di distanza dalla loro redazione, fanno al tempo stesso riflettere e preoccupare, e che denunciano allegoricamente il suicidio di una umanità che, annichilita dallo strapotere dei Titani e ormai priva di ogni coscienza animica, si è rassegnata nell’abiura totale della propria umanità:

«Adesso una sola razza abitava il mondo. Era un ibrido di tutte le razze che Graham aveva conosciuto […]. Parlavano una sola lingua, quel cicaleccio d’uccello […]. Tutti erano organizzati sotto un unico governo. […] Le nascite non erano più una cosa che interessava gli sposi e le famiglie. La stessa istituzione famigliare era scomparsa da un migliaio di anni. Era il Consiglio Mondiale che si interessava a queste vicende: ogni anno infatti veniva stabilito il numero delle nascite, si selezionavano le madri e si procedeva alla fecondazione artificiale. I bambini erano allevati e istruiti sotto la direzione del Consiglio. La soppressione dell’allattamento materno aveva causato l’atrofia degli organi femminili, per questo le donne avevano il torace piatto come i maschi. […] Il Consiglio aveva provveduto a fornire ogni comunità di un locale dove coloro che si sentivano stanchi di vivere potevano mettere volontariamente fine alla loro esistenza con il semplice gesto di ingoiare una pillola di squisito sapore. Se ne andavano così dal mondo, trasportati sulle onde di un’ineffabile estasi. […] Vide molta gente entrarci e nessuno uscire. Sulle facce di quegli uomini e di quelle donne, giovani, anziani, o vecchi che fossero, vide sempre la stessa espressione, calma e serena, senza la minima traccia di emozione. […] In tutto il mondo, il numero di coloro che ricorrevano alla Torre della Partenza era bruscamente aumentato. »


 

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