Il dio primordiale e triplice: corrispondenze esoteriche ed iconografiche nelle tradizioni antiche

Nelle tradizioni antiche di tutto il mondo si trova riferimento a un dio delle origini, venuto in esistenza prima di ogni altra cosa, creatore di tutto ciò che è manifesto e ugualmente di tutto ciò che è immanifesto. Le più disparate tradizioni mitiche dipingono il dio primordiale come contenente tutte le potenzialità e le polarità dell’universo, luce e tenebre, spirito e materia, e così via. Per questo, viene spesso rappresentato con due volti (Giano bifronte) se non addirittura con tre (Trimurti indù). Tuttavia, il più delle volte egli è considerato invisibile, nascosto, difficilmente rappresentabile se non in una forma allegorica, esoterica, che fa sovente riferimento all’unione del principio luminoso e creativo (simbolizzato il più delle volte dal leone)  con quello oscuro e distruttivo (simbolizzato dal serpente, animale ctonio per eccellenza).

Nelle religioni delle popolazioni arcaiche di tutto il mondo, tale dio primordiale non viene onorato con un culto proprio, dal momento che si ritiene che ormai viva troppo lontano dall’uomo e gli affari umani non lo riguardano: per questo, si parla spesso di questa divinità massima come di un ‘deus otiosus‘. Questo è vero dappertutto: gli Aztechi ritengono che il dio primordiale sia Ometeotl, ma gli dèi che adorano maggiormente sono altri (Quetzalcoatl, Huitzilopochtli, etc); questo vale anche, come abbiamo visto altrove, per gli Ario-germani, i quali adorano soprattutto Wotan e Thor, e mai il primordiale Surtur, creatore di ogni cosa. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Si rende ora necessario stillare un breve riassunto di quanto abbiamo detto a proposito del dio primordiale nella tradizione mesoamericana e in quella dell’antica Germania; provvederemo in seguito ad analizzare lo stesso concetto di ‘dio delle origini’ in altre tradizioni, come quella indù, romana, ellenica e via dicendo.

Tradizione Mexica

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Simbolo di Ometeotl, il ‘Signore Due’.

Nella tradizione mexica, il primo dio a venire all’esistenza fu Ometeotl, il ‘Signore Due‘, creatore di tutte le cose e reggente del tredicesimo cielo: egli conteneva i semi di qualunque dualità e polarità esistente in potenzialità nel cosmo. A sua volta, questi si è diviso in illo tempore in una parte femminile (Omecíhuatl) e in una maschile (Ometecuhtli). Nella percezione mesoamericana troviamo dunque un Dio primordiale ed unico, che veniva considerato otiosus perché viveva al culmine della creazione, nel 13° cielo, dal quale emergono in seguito due porzioni dell’essenza stessa del dio e cominciano nuovamente una lunga catena di creazione di nuovi enti divini, a loro sottoposti.

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Ometecuhtli e Omecíhuatl (Codex Vaticanus).

Tradizione Ario-germanica

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Trimurti celtica (vedi paragrafo successivo). Il dio alla sinistra (Belanus) rappresenta l’aspetto luminoso della creazione, quello alla destra (Cernunnos) quello oscuro.

Riguardo alla tradizione ario-germanica, Guido von List afferma che il dio primordiale ed invisibile è denominato Surtur  (“stabile nel primordiale” o “stabile nell’eterno”) ‘lo Scuro‘, al tempo stesso la sostanza primordiale e il ‘Grande Spirito’ che aleggia sulle tenebre dell’abisso primordiale, lo ‘spirito della salvezza’, duplice mistero che si sviluppa in seguito come ‘duplice unità’, ripartendosi in una polarità maschile (Allsatur, Padre Universale, il primo Logos, vale a dire il dio manifestatosi come ‘Spirito del Mondo’, creatore di ogni cosa, demiurgo) e in una femminile (Hyle, materia/elemento primordiale, matrice cosmica di ogni essere, Grande Dea Madre). Gli insegnamenti esoterici dell’armanismo ricostruito da List contemplavano quindi “una tripartizione, o meglio un triplice stato del concetto di Dio, per cui il dio originario era rappresentato come androgino, ossia bisessuato” (La religione degli Ariogermani, p.36). In una prima fase della creazione, prosegue List, questo dio occulto si manifesta proprio con il movimento, partendo da se stesso, rivelandosi come primo Logos, emanando in seguito da sé i primi quattro elementi. List chiama Surtur “incommisurata forza latente […] causa originaria incausata […] causa originaria impersonale […] ‘il dio nascosto‘ […] spirito impersonale, immateriale, che è allo stesso momento tempo e spazio“.

Tradizione Celtica

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Lugos dal triplice volto.

In tempi più recenti, le popolazioni dell’Europa continentale adorarono come dio supremo Lugos o Lug (‘luce’—si noti l’assonanza con ‘Logos’), che Giulio Cesare nel De bello gallico fa corrispondere (piuttosto superficialmente) al Mercurio romano. Egli è spesso rappresentato con tre volti, come il Brahma indù, che stanno a significare l’unione degli opposti presenti nella sua divinità assoluta. Si tratta dell’equivalente celtico di Odino che, come apprendiamo da Jean Markele, mantiene la caratteristica duale del dio primordiale ario-germanico Surtur, quasi per un passaggio di consegne (Il druidismo, p.82):

Essendo ad un tempo Tuatha e Fomori, Lug partecipa di una doppia originale natura, ciò che gli darà il suo carattere eccezionale e, in ultima analisi, al di fuori di ogni classificazione. In effetti, non solo egli ha, dei Tuatha Dé Danann, la potenza organizzatrice, socializzata e spiritualizzata all’estremo, ma vi aggiunge, dei Fomori, la forza bruta, istintiva, non organizzata ma terribilmente efficace. Lug è una vera sintesi di due forze che si oppongono e si combattono. È l’incarnazione stessa di un monismo filosofico, la constatazione personalizzata del rifiuto celtico del principio della dualità.

Markele ci informa anche che dal dio prende il nome la città di Lione (assonanza con il leone, da tenere a mente quando troveremo dèi equivalenti dotati del simbolismo leonino). L’animale sacro a Lug tuttavia è il corvo; l’autore spiega con queste parole il perché di questo apparente paradosso (pag.86):

Il nome Lug è indubbiamente in rapporto ad una radice che significa ‘luce’ e ‘biancore’ (greco leukos, latino lux) e il corvo, per il suo colore nero, sembra esprimere maggiormente la notte o l’oscurità.
In Lug, quindi, coincidono e convivono i due principi supremi, luce ed oscurità, organizzazione e forza bruta. A buon diritto, dunque, egli è visto da Markele come il dio primordiale e supremo delle antiche popolazioni celtiche.
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Per gli sivaiti, il dio Shiva incarna al tempo stesso sia l’aspetto creativo che quello distruttivo dell’intelligenza cosmica. Con la sua danza, Shiva ripetutamente crea l’ordine del cosmo per poi distruggerlo e ricrearlo nuovamente. Ci verrebbe da supporre che Lug è l’equivalente celtico di Shiva. 

Tradizione Indiana

Come è risaputo, la Trimūrti indiana incarna i tre principali aspetti divini, manifestati nelle forme di tre importanti divinità archetipiche: Brahma il Creatore, Shiva il Distruttore e Vishnu il Conservatore, spesso concepiti come un’unica divinità (da ciò la rappresentazione di un solo dio con tre teste o volti; sanscrito: trishiras, “triplice testa”). Secondo la tradizione indù, questa triade di figure divine equivale a tre aspetti differenti dello stesso e unico dio primordiale (a volte chiamato Īśvara). In alcune narrazioni mitiche si dice che i primi tre dèi siano nati dall’uovo primordiale deposto da Ammavaru all’inizio dei tempi. I tre dèi primordiali indù sono anche associati ai guna, vale a dire le tre qualità costitutive della Natura materiale: Brahma è associato a quello della passione (Rajas), Vishnu alla virtù (Sattva) e Shiva all’ignoranza (Tamas). Ad essi sono anche associati gli elementi primordiali: Brahma rappresenta l’Aria, creatrice di vita, che feconda la Terra (la dea, variamente denominata); Vishnu l’acqua, che mantiene la vita; Shiva il fuoco che continuamente distrugge e trasforma. Tuttavia, le corrispondenze con le tre funzioni e gli elementi varia a seconda delle varie tradizioni locali: a volte la funzione creativa spetta a Shiva e quella distruttiva a Brahma. Presso altri popoli Vishnu assurge allo stato di divinità suprema relegando gli altri due aspetti a sue funzioni. Nell’India meridionale, invece, gli śivaiti adorano Shiva come incarnazione del triplice principio dell’intera Trimurti: ciò artisticamente viene reso mostrando il corpo di Shiva e Vishnu e Brahma che escono rispettivamente dal suo fianco sinistro e destro.

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Trimurti indiana: da sinistra a destra Brahma, Vishnu e Shiva.

In più, la tradizione śivaita riconosce anche la divisione originale del dio in due manifestazioni, una invisibile e creativa (Shiva, il dio) e una visibile e ricettiva (Shakti, la dea). A tal riguardo, facciamo notare che anche l’antichissimo dio vedico Varuna contiene al suo interno i due aspetti maschile e femminile dell’intelligenza divina, come si comprende dall’analisi dell’etimologia del suo nome originario Ua-ra-ana, ‘figlio e figlia della (dea madre) Ana’, vale a dire polarità maschile e polarità femminile originati dalla sostanza primordiale cosmica, al tempo stesso spirito e materia (Mario Zisa, Storia della dea madre e della triade primeva).

Tradizione Romana: Giano

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Giano bifronte.

Per gli antichi Romani il dio primordiale è Giano (Ianus) bifronte, i cui epiteti sono ‘dio degli inizi’, ‘dio degli dèi’, ‘padre degli dèi’, ‘padre del mattino’ (l’animale sacro al dio è il gallo, che con il suo canto dà inizio al giorno). Settimio Sereno lo chiama “principio degli dèi e acuto seminatore di cose”. Varrone riporta per Giano l’epiteto di ‘Cerus‘ (cioè ‘creatore’), perché “come iniziatore del mondo Giano è il creatore per eccellenza”. Il console e augure Marco Valerio Messalla Rufo scrive nel libro sugli Auspici che Giano è colui “che plasma e governa ogni cosa” e che “unì circondandole con il cielo l’essenza dell’acqua e della terra, pesante e tendente a scendere in basso, e quella del fuoco e dell’aria, leggera e tendente a sfuggire verso l’alto”, aggiungendo che “fu l’immane forza del cielo a tenere legate le due forze contrastanti”. È interessante notare che gli antichi mettevano il nome del dio in relazione al movimento: Macrobio e Cicerone lo facevano derivare dal verbo ire (“andare”), perché secondo Macrobio “il mondo va sempre, muovendosi in cerchio e partendo da se stesso a se stesso ritorna”.

januskeycock.jpgPer quanto riguarda l’aspetto strettamente iconografico del dio, egli tiene nella mano destra la verga  (o lo scettro) e nella sinistra le chiavi. Guido de Giorgio nota che la duplicità degli aspetti di Giano, qualunque forma essa prenda, non decompone l’unità sostanziale della sua divinità; ciò, secondo l’autore, è un riferimento alla Tradizione Primordiale rappresentato “dall’unità dei due aspetti o se si vuole da una terza faccia di Giano che non è visibile, né può esserlo, in cui si neutralizzano le due visibili” (La Tradizione Romana, p.182, corsivo nostro). Questo terzo volto del dio equivale al ‘dio nascosto’ di moltissime tradizioni arcaiche, creatore di ogni cosa e generatore in primo luogo dei principi primordiali maschile e femminile, attivo e passivo, spirituale e materiale, spaziale e temporale. Ma, mentre le manifestazioni dualistiche che procedono dal Principio sono visibili nella rappresentazione delle due facce visibili del dio, la terza rimane necessariamente invisibile, giacché contenendo virtualmente ogni potenzialità dell’essere, tutto e il contrario di tutto, non può essere rappresentata. Citiamo de Giorgio stesso (p.182):

La bifacialità di Giano rappresenta l’equipollenza e l’equivalenza dei contrari nell’unità sostanziale e invisibile del dio. Così, se si parla di passato e futuro, il termine neutro di risoluzione sarà il presente che non esiste nel tempo, ma solo nell’eternità: in altri termini, la bifacialità suppone l’afacialità che la comprende e che è il Supremo fra i due estremi.

Questa ‘bifacialità’ (o trifacialità, come la trimurti indù) che caratterizza solo Giano tra tutti gli dèi degli antichi latini, lo rende indubbiamente il dio primordiale ed originario della teogonia romana. Su ciò è d’accordo anche de Giorgio (p.184):

Giano è il dio per eccellenza perché rappresenta il veicolo che guida gli altri dèi: ora, se questi sono simboli di forze cosmiche determinate, egli, nella sua indeterminatezza che permette ogni determinazione, deve concepirsi come il principio divino e il fondamento più profondo della Tradizione Romana.

Inoltre, Guido de Giorgio fa notare che “il rapporto tra Saturno e Giano era così stretto che al primo era consacrato il mese di Dicembre e al secondo quello di Gennaio” (La Tradizione Romana, p.181); si tenga conto di ciò quando, tra poco, analizzeremo il connubio tra Aion e Crono nella teogonia degli antichi Greci. Ma ora vediamo cosa tramandavano i Misteri Orfici riguardo al dio delle origini.

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Un’altra rappresentazione di Giano: la chiave è qui sostituita dall’Ourobouros, simbolo della ciclicità del Tempo.

Misteri orfici: Phanes

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Phanes, il puer divino.

Nella cosmogonia orfica il dio primordiale è denominato Phanes (dal greco antico Φανης Phanês, ‘luce’) e ha gli epiteti di Protogonos (‘il primo nato’) e Erikepaios (‘donatore di vita’): si tratta, dunque, di una divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita. Secondo il mito, Phanes emerse agli albori dell’universo dall’uovo cosmico deposto da Chronos (il Tempo) e Ananke (la Necessità) quale principio primo ed unico. Era ermafrodito, fu il primo Re del Cosmo e da Egli si generò tutto. Successivamente, disinteressato al dominio (in quanto era ogni cosa e, dunque, non avrebbe potuto comandare su nulla che non fosse Egli stesso) passò lo scettro a sua figlia Nyx, la Notte, che a sua volta lo cedette a Urano (il Cielo, o meglio lo spazio cosmico). Sia la rappresentazione iconografica del dio quanto i miti che lo riguardano lo denotano come il puer divino per eccellenza: la prima scintilla del Logos che ha dato il via alla creazione. Si tenga conto che uno degli ermetici frammenti del filosofo Eraclito, riguardanti il dio Aion (che analizzeremo subito sotto) recita:

Aion è un fanciullo che gioca muovendo i suoi pezzi:
a un fanciullo appartiene il potere sovrano.

Il simbolo del puer divino nato dall’uovo cosmico, sebbene con i necessari adattamenti allo zeitgeist che di volta in volta si presenta, è sopravvissuto nei millenni, figurando nel mito di Horus come in quello di Gesù, ‘il primo nato’, ‘figlio unigenito di Dio’, ‘nato senza concepimento’: egli è il primo e l’ultimo, l’alpha e l’omega, esattamente come Giano e Aion. Nel V secolo si diffonde la credenza del Cristo pantokrator, principio organizzatore del cosmo, generato e non creato da Dio Padre, la chiave di comprensione della realtà e la risposta al mistero dell’esistenza. Gesù, come precedentemente molti altri dèi, assurge a simbolo del Logos incarnato, ragione e struttura del cosmo. Non solo: parlando del simbolo del puer divino, esso tutt’oggi sopravvive persino nella cultura profana. Un esempio di ciò si può ritrovare nella scena finale del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello Spazio, in cui l’astronauta protagonista, ormai al culmine della sua epopea cosmica, da vegliardo (Kronos, omega) nuovamente rinasce nello spazio infinito sotto le sembianze di un bambino di luce contenuto nell’uovo cosmico (Aion, alpha). Ma non divaghiamo e passiamo ad analizzare il suddetto Aion.

Tradizione Ellenica: Aion

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Aion con la ruota dello zodiaco.

Se Phanes era un dio primordiale dei misteri orfici, nel resto della penisola ellenica della tarda antichità il dio primordiale ed omnicomprensivo era denominato Aion (in greco antico αἰών, “eone”). Secondo la studiosa di miti, simboli e alchimia Marie-Louise von Franz, allieva di Jung, Aion è nei misteri mitraici il ‘guardiano dei cancelli’; a supporto di ciò fa notare come sia raffigurato con in mano uno scettro e una chiave (attributi, peraltro, anche di Giano). Aion era considerato il dio del tempo infinito, creatore e distruttore di ogni cosa. Uranos e Kronos erano le sue due manifestazioni primarie: ad Urano (il cielo, lo spazio) si riconosceva una funzione creativa, a Crono (il tempo) una funzione distruttiva.

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Rilievo di Aion in Alto Egitto.

L’inno orfico dedicato a Crono lo definisce ‘padre degli dèi beati e degli uomini’, ‘universale genitore del tempo’, ‘origine, sviluppo e tramonto’ (funzione creatrice, funzione conservatrice, funzione distruttrice). L’orante si rivolge a lui con queste parole: “tu che consumi tutte le cose e di nuovo tu stesso le accresci”, “tu che possiedi gli indistruttibili vincoli del mondo infinito”, “tu che abiti in tutte le parti del mondo”. Sembrerebbe invero di leggere un inno a Shiva, il quale “nella pienezza del tempo, sempre danzando, distrugge tutte le forme e tutti i nomi col fuoco, dando inizio ad una nuova pausa” (A.K. Coomaraswamy, The Dance of Shiva). Tornando all’ambito greco, dall’inno orfico si evince come Crono e Aion siano lo stesso dio, con la sola differenza che Aion appare essere la manifestazione primordiale di Kronos, precedente alla partizione originaria tra spazio e tempo, spirito e materia, luce e oscurità. Se, infatti, Aion è il tempo infinito (originariamente non-separato dallo spazio), Kronos è invece il tempo finito, ciclico ed inesorabile, portatore di morte e distruzione (il simbolismo della falce). Le corrispondenze con la trimurti hindu (Brahma-Aion, Vishnu-Urano, Shiva-Crono) sono più che evidenti e non necessitano di ulteriori spiegazioni. La Franz riporta anche un’invocazione ad Aion (L’esperienza del tempo, p.12) contenuta nei Papyri Graecae Magicae, che così recita:

Io ti saluto, tu che riempi l’intera struttura dell’aria, spirito che si estende dal cielo alla terra… e ai confini dell’abisso… spirito che penetra anche me e mi fa risorgere […] immensa, circolare, misteriosa forma dell’universo, spirito celeste, spirito etereo, terrestre, ardente, ventoso, spirito delle tenebre… della luce, che splendi come una stella… Signore, dio di Aion, padrone di ogni cosa.

In questa invocazione, Marie-Louise von Franz riconosce “un’immagine dell’aspetto dinamico dell’esistenza”, di ciò che oggi potremmo chiamare un ‘principio di energia psicofisica’. Tutti gli opposti (cambiamento e durata, tempo e spazio, luce e tenebre, vita e morte, spirito e materia) sono racchiusi in questo principio cosmico primordiale (p.12). Questa duplicità si ritrova, secondo la Franz, anche nella raffigurazione iconografica del dio (p.23):

La sua testa di leone sta a indicare l’estate e la sua natura ardente; il serpente il suo aspetto invernale e umido. Spesso il suo corpo o il serpente recano incisi i segni dello zodiaco. I fedeli lo invocano come l’anima del mondo, come uno spirito omnicomprensivo, luce e oscurità, sovrano di tutte le cose. Per l’iniziato egli è il Signore della Luce che apre i cancelli dell’aldilà.

Inoltre, secondo la Franz, i greci con la parola ‘aion’ non intendevano unicamente il dio primordiale, ma anche l’anima immortale che anima i recessi di ogni individualità cosciente, l’alito vitale che sopravvive alla morte fisica, il pneuma. Infatti, secondo l’autrice, aion (p.10):

[…] originariamente stava a indicare il fluido vitale presente negli esseri viventi e, di conseguenza, la durata della loro vita e il destino ad essi assegnato. Questo fluido seguitava a vivere anche dopo la morte, assumendo la forma di un serpente. Era una ‘sostanza generatrice’, così come lo era tutta l’acqua presente sulla terra e in particolare Oceano-Crono, il creatore e distruttore di ogni cosa. Il filosofo Ferecide insegnava che la sostanza basilare dell’universo era il tempo (Crono), dal quale derivavano il fuoco, l’aria e l’acqua.

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Da sinistra a destra: Phanes, Zurvan ed Ekapada Shiva.

Tradizione Persiana: Zurvan

È inevitabile notare l’incredibile somiglianza iconografica esistente fra Aion e numerosi altri dèi delle più disparate culture antiche. Del tutto identico ad Aion è innanzitutto il persiano Zurvan (o Zervan) dio del tempo e del destino, che nella teogonia iranica viene posto addirittura in una posizione superiore a quella di Ahura Mazdā e di Ahrimane, i due principi primordiali, rispettivamente del bene e del male. Zurvan starebbe dunque ad Aion (e a Brahma) come Ahura Mazdā sta a Urano (e a Vishnu) e Ahrimane a Crono (e a Shiva). Anche la Franz conferma che in epoca ellenistica Aion-Crono veniva identificato con Zurvan, aggiungendo inoltre che gli antichi Persiani distinguevano due aspetti di questa suprema divinità: Zurvan akarana (il ‘Tempo Infinito’, equivalente dunque all’Aion vero e proprio) e Zurvan dareghōchvadhata (‘il Tempo del Lungo Dominio’, equivalente a Crono). Quest’ultimo era la causa della decadenza e della morte e talvolta era identificato con Ahrimane, il principio del male (p.12).

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Abraxas

Tradizione gnostica: Abraxas

Nei misteri gnostico-mitraici il dio supremo è Abraxas, il quale presso la tradizione persiana arriva a simboleggiare l’unione/totalità fra Ahura Mazdā ed Arimane: Abraxas è dunque equivalente a Zurvan akarana, ad Aion, a Giano (non a caso viene raffigurato con la testa di gallo, l’animale degli inizi, sacro anche al dio primordiale latino). Al posto delle gambe Abraxas ha due serpenti: in questo modo la coesistenza del principio maschile/solare/luminoso/creativo/estivo/secco (leone o gallo) e di quello femminile/lunare/oscuro/distruttivo/invernale/umido (serpente) è pienamente rispettata. Anche Carl Gustav Jung ha studiato l’archetipo di Abraxas, concludendo che il dio rappresenta la causa prima di ogni manifestazione e al contempo la stessa materia informe, precedente a ogni ordine e forma. Abraxas, secondo Jung, è la radice del tutto e di ogni dualità, dal momento che ogni manifestazione dell’essere altro non è che un aspetto scisso o percepito del suo dinamismo. Con questa iperbole poetica Jung parla di Abraxas:

Abraxas pronuncia la parola santificata e maledetta che è vita e morte insieme. Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e tenebra, nella stessa parola e nello stesso atto. Perciò Abraxas è terribile. È splendido come il leone nell’attimo in cui abbatte la preda. È bello come un giorno di primavera. Sì, è il grande Pan in persona e anche il piccolo. È Priapo. È il mostro del mondo sotterraneo, un polipo dalle mille braccia, nodo intricato di serpenti alati, frenesia. È l’ermafrodito del primissimo inizio. È il signore dei rospi e delle rane che vivono nell’acqua e calpestano la terra, che cantano in coro a mezzogiorno e a mezzanotte. È la pienezza che si unisce col vuoto. È il santo accoppiamento, è l’amore e il suo assassinio, è il santo e il suo traditore. È la luce più splendente del giorno e la notte più oscura della follia. Vederlo significa cecità. Conoscerlo è malattia. Adorarlo è morte. Temerlo è saggezza.

Tracce del culto di Abraxas sono rinvenibili non solo nella psicologia del profondo ma anche nella letteratura del Novecento: nel suo romanzo iniziatico Demian, lo scrittore tedesco Hermann Hesse (amico intimo di Jung, profondamente influenzato dalle sue visioni) riassume in poche parole l’intero complesso simbolico proprio del dio:

L’uccello lotta per uscire fuori dal suo guscio. L’uovo rappresenta il mondo. Chi vuole rinascere deve distruggere il vecchio mondo precedente. L’uccello vola alto in direzione della divinità… Dio si chiama ABRAXAS.

Altre corrispondenze simboliche iconografiche

Continuando con le corrispondenze iconografiche giungiamo in Africa, nel Basso Egitto, dove gli antichi nubiani adoravano Apedemak, un dio rappresentato con un triplice volto leonino e quattro braccia, che essi consideravano ‘sposo di Iside’.

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Apedemak, oltre a essere rappresentato con tre volti, similmente a Brahma, viene spesso accompagnato da due figure: una femminile alla sua sinistra, una maschile alla sua destra. La simbologia della triade ricorda palesemente quella del dio mexica Ometeotl e della Trimurti indù. Le quattro braccia, inoltre, si riferiscono ai quattro elementi primordiali e sono l’equivalente dei 4 tezcatlipocas nel mito degli aztechi.
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Serapide

Un’altra impressionante corrispondenza iconografica la ritroviamo, nuovamente, in India: stiamo facendo riferimento a quel misteriosissimo dio denominato Ekapada, una manifestazione suprema di Shiva che viene raffigurato come un essere antropomorfo, talvolta dal volto leonino, reggente una fiaccola (allo stesso modo di Aion e Phanes) oppure, in alternativa, con tre gambe o ancora con due figure, rappresentanti Brahma e Vishnu, che fuoriescono dal suo corpo. Ad Alessandria d’Egitto, nel periodo tolemaico, l’iconografia di Aion venne ripresa nel culto di Serapide. Tuttavia, a questo punto della storia, il simbolismo sacro del dio primordiale era probabilmente già stato dimenticato e la prova si rinviene nelle molteplici interpretazioni del dio, inizialmente equivalente all’Ea semitico, poi equiparato di volta in volta con Zeus, Ade, Helios, Dioniso ed Asclepio.

Conclusione

Abbiamo così analizzato la simbologia esoterica e le corrispondenze iconografiche in alcune delle più antiche tradizioni religiose. Altre culture avrebbero potuto essere citate, come quella sumera e quella egizia, o le narrazioni mitiche sul dio primordiale da parte delle popolazioni indigene della Melanesia o di altre popolazioni ancora. Tuttavia, per il momento ci fermiamo qui, facendo notare come, in tutte le tradizioni che abbiamo analizzato, ovunque troviamo lo stesso triplice pattern: 1) All’inizio vi è un dio primordiale, duplice ma indifferenziato, al tempo stesso spirito e materia, tutto e il contrario di tutto; 2) Successivamente avviene l’emanazione dal Dio Primordiale di una polarità creativa/maschile/luminosa/spirituale e 3) di una distruttiva/femminile/tenebrosa/materiale.

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Rappresentazione della Fenice in un manoscritto medioevale.

A volte la trinità viene presentata come un unico dio con tre volti (Brahma). Altre volte vengono rappresentati gli aspetti maschile e femminile del dio (Shiva-Shakti) e l’aspetto originario indifferenziato non si può in alcun modo rappresentare se non per simboli (Phanes, Aion, Abraxas). Altre ancora il dio primordiale viene rappresentato ermafrodito, al tempo stesso maschio e femmina (l’Androginea tal proposito si veda Mircea Eliade, Mefistofele e l’Androgine).
In più di un mito, il dio delle origini nasce da un uovo cosmico; in questo senso, vi è un filo rosso che parte dal mito orfico di Phanes per giungere a quello, sempre ellenico, della Fenice che rinasce dalle proprie ceneri.

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La trinità primordiale all’apice dell’albero sephirotico della Kabbalah ebraica.

In tutte le tradizioni, dopo la partizione primordiale il dio originario si ritira, cede il suo dominio al principio maschile e diventa un deus otiosus. Così, per esempio, Varuna cede la sovranità a Indra, Aion a Kronos, Giano a Saturno, Surtur a Allsatur e via dicendo. La bipartizione in due polarità del dio primordiale—e la conseguente tripartizione dell’essere in tutti i suoi piani, mistero universale su cui si fonda anche il dogma cristiano della SS.Trinità—è, d’altra parte, il fondamento su cui si basano gli insegnamenti esoterici di un’immensità di tradizioni antiche, non solo di provenienza indo-europea come sosteneva George Dumézil. Come ulteriore esempio di ciò menzioniamo la triade suprema dell’albero sephirotico della Kabbalah ebraica, formato da Kether (principio indifferenziato, Dio Supremo), Chockmah (principio maschile, Dio Padre) e Binah (principio femminile, Dea Madre).
Le singole tradizioni, i nomi degli dèi e le denominazioni cambiano, ma le più sacre verità della Tradizione primordiale sono ancora vive dietro il velo di maya, in attesa di essere trovate dai viandanti più instancabili.

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Tabella riassuntiva della triplice manifestazione del dio primordiale.

Bibliografia:

  1. Guido de Giorgio, La Tradizione Romana (Mediterranee, 1973).
  2. Marie-Louise von Franz, L’esperienza del tempo (Tea Due, 1997).
  3. Guido von List, La religione degli Ariogermani e Urgrund (Settimo Sigillo, 2008).
  4. Jean Markele, Il druidismo—Religione e divinità dei Celti (Mediterranee, 1991).
  5. Mark S.G. Dyczkowski, La dottrina della vibrazione nello śivaismo tantrico del Kashmir (Adelphi, 2013).
  6. Yolotl Gonzalez Torres, Il culto degli astri tra gli Aztechi (Mimesis, 2004).
  7. Mircea Eliade, Mefistofele e l’Androgine (Mediterranee, 1971).
  8. Gabriella Ricciardelli (a cura di), Inni Orfici (Mondadori, 2000).

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