G. de Santillana: “La storia da riscrivere”. Riflessioni su “Fato antico” e “afflizione moderna”

Estratto dal saggio di Giorgio de Santillana La storia da riscrivere, scritto nel 1968 e pubblicato l’anno seguente dal Massachusetts Institute of Technology, in seguito (1985) tradotto e pubblicato in Italia da Adelphi nella raccolta di scritti intitolata Fato antico e fato moderno.

Prefazione e note a cura di Marco Maculotti. Corsivi nostri.


Nell’incipit del saggioΒ β€” non riportato in questa sedeΒ β€” l’Autore si interroga sul nesso che intercorre fra la concezione della storia dell’uomo moderno e le conseguenze da lui patite in virtΓΉ di questa. A Simone Weil (Β«l’ultima grande santaΒ») a suo parere dobbiamo il concetto dell’Β«afflizione che inquadra bene le masse d’oggi, ricchi o miserabili che sianoΒ»: Β«l’afflizione Γ¨ cosa anonima e senza redenzione,Β [che] trasforma le sue vittime in coseΒ». PiΓΉ avanti, Santillana attribuisce a questaΒ Weltanschauung antropocentrica e anti-fatalista (intendendo perΓ² il termine Β«FatoΒ» nell’accezione comunemente usata dall’Autore, in questo saggio cosΓ¬ come nel resto della sua produzione) la maggiore responsabilitΓ  per questa Β«afflizioneΒ» che pende come una spada di Damocle sul capo dell’uomo moderno: Β«Ovunque, β€” egli affermaΒ β€” nel mondo cosiddetto libero, ad ogni livello, si ritrova il trauma psichico, sempre diverso, e cosΓ¬ mi si dice anche dei paesi delle Democrazie Progressive. Sembra davvero essere il prezzo che si paga per la mobilitΓ  e la libertΓ Β». Con queste premesse, l’Autore giunge quindi a operare alcune considerazioni sull’opposta visione Β«fatalisticaΒ» vigente nelle societΓ  tradizionali e arcaiche, in virtΓΉ della quale:

« Non conta la preghiera o la speranza, non vi si tratta che di esattezza, di puntualità agli appuntamenti del Kairós: la periodicità giusta che vi fa cadere a posto, lì dove il fato vi attende, o altrimenti si è ripresi nella bufera del tempo. »

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Giorgio de Santillana

β€”Β La storia da riscrivereΒ β€”

[…] Come ebbe a dire Galileo, si puΓ² avere nozione di cose remotissime da noi, e talvolta per avventura piΓΉ esatta che non delle vicine. Pensava allora alle proprietΓ  matematiche che si riscontrano nell’universo [1]. Ma lo stesso vorrei dire, almeno per traslato, di certi aspetti dei tempi remoti della nostra storia, o piuttosto protostoria: perchΓ© lo spirito di questa gente di cui non sappiamo quasi nulla, era stato conquistato da una invenzione meravigliosa, quella del cosmo. E dico invenzione perchΓ©, in fondo, che ne sappiamo anche oggi dell’universo, e che cosa abbiamo a che fare con esso? Ma in quella fase arcaica, l’idea viveva negli uomini, era presente in ogni momento della loro vita [2]. Era un’idea, come dice sant’Agostino, di Dio stesso, piΓΉ lontana che non le stelle, piΓΉ vicina all’uomo che non il battito del suo polso. Ad essa faceva capo ogni aspetto della vita e di ciΓ² che ci attornia. Non posso che accennare qui a quanto i miei collaboratori e io abbiamo impreso a mostrare, ma giΓ  ci appare chiara la fisionomia di questo continente sommerso dall’intelletto, e ci si rivela l’enorme sforzo di organizzazione intesa a chiarire i fenomeni celesti, a collegarli fra di loro e anche a noi, ancora prima che esistesse una scrittura; per cui la teoria doveva esprimersi attraverso un linguaggio tecnico che piΓΉ tardi ci pervenne in forma di mito [3].

L’origine sembra potersi rintracciare in un cerchio ristretto di pensatori audaci, vissuti in Mesopotamia verso il V millennio a.C., donde l’idea si diffuse per il globo per vari itinerari, in vari modi che gli etnologi oggi conglobano sotto il nome ormai convenuto diΒ stimulus diffusion. Se si pensa come giΓ  lo sciamanesimo portΓ² con sΓ© pensieri giΓ  formati attraverso la catena di tribΓΉ dell’Asia centrale, dall’India fino alla Lapponia, ci si puΓ² formare un concetto di come si trasmettessero i germi teoretici. Non stiamo a sottilizzare troppo sulle date. L’evoluzionismo inteso in senso volgare o volgarizzato vorrebbe ravvicinare tutto alle scadenze storiche, lasciando l’umanitΓ  precedente allo stato brado: ma c’Γ¨, per servirmi di un’espressione usata da Zolla [4], una curvatura del tempo che ci nasconde gli eventi remotiΒ [5].

Nel Rinascimento greco, il pensiero a cui accenno diventΓ² il pitagorismo, fonte di ogni metafisica, e del pensiero matematico stesso. Non ho da dilungarmi su quello che il professor Schneider [6] vi puΓ² esporre con tanta autoritΓ . Ma in tempi assai piΓΉ antichi, nel periodo neolitico, si Γ¨ rivelato quello che direi un protopitagorismo, un insieme di concezioni cosmografiche in cui terra e cielo si incontrano, in cui cifre, ritmi, alfabeti, giochi come gli scacchi e quadrati magici, le qualitΓ  delle cose, le proprietΓ  degli alberi e delle piante, il destino degli uomini, i poteri degli dΓ¨i e degli astri, coi miti del loro divenire, s’intrecciano e s’intricanoΒ [7], direbbe Rimbaud, Β«comme un opΓ©ra fabuleuxΒ». Mi Γ¨ venuta a mente quella parola nell’analizzarli. E quel che c’Γ¨ di piΓΉ favoloso in quest’impresa, Γ¨ il potere del pensiero organizzatore divenuto esso Β«un opΓ©ra fabuleuxΒ», che si costruisce storie rigorose e coerenti per organizzare gli astri, i loro rapporti e le loro guerre, che audacemente sottomette il tutto alle misure e al numero, traccia allineamenti siderali per Β«stabilire la terra e agganciare il cieloΒ», secondo il testo egiziano, cosΓ¬ che tutto venga in ordine. O, per dirla coi Cinesi, far cosΓ¬ che fra le misure celesti e i toni della siringa non ci sia che lo spessore di un capello. È questo il potere della fantasia esatta, come lo chiamerebbe Leonardo.

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Ma in tutto questo, l’uomo dove rimane? Si trova ad essere tutto e nulla, proprio come si conviene. L’anima sua trascorre per l’universo, Γ¨ della sua essenza. La persona [8] dell’uomo invece rimane presa nel gioco del destino. Quando Marcel Griaule [9], che ci ha rivelato civiltΓ  ignote nel Sudan occidentale, chiedeva ai suoi esperti del luogo di parlargli un po’ della terra abitata, di dirgli quel che sapevano dei paesi lontani, si meravigliava di vederli sempre indicare il cielo. E finalmente capΓ¬ che per loro la Β«terra abitataΒ» significava la zona dell’Eclittica. Solo lassΓΉ vivono e si muovono i soli abitanti veri, cioΓ¨ i pianeti. PoichΓ© solo degli dΓ¨i si puΓ² dire in veritΓ  che esistono e sono. L’uomo si rende ben conto di esserci, e di dover badare alle sue cose, ma si sente un po’ come il sogno di un’ombraΒ [10], se non attraverso gli atti rituali che lo uniscono al mondo Β«veroΒ» [11]. Vita e pensiero di selvaggi, si dirΓ . Ma qui si trova chiaritΓ  e pace.

Non mi viene a mente che un solo documento della nostra letteratura che ci porti a contatto con questo mondo strano. Dico Β«nostroΒ» perchΓ© insomma Platone Γ¨ dei nostri. E nel suoΒ Timeo c’Γ¨ ancora il mondo arcaico chiaramente espresso. Platone era del nostro mondo e di quell’altro, l’ultimo degli arcaici e il primo dei moderni, essere bilingue e bifronte come il dio TermineΒ [12].

Ora, se guardiamo a questo quadro delΒ TimeoΒ che si dice pitagorico ma che contiene anche elementi assai piΓΉ antichi, scorgiamo un universo implacabile. Le nostre anime vengono dalle stelle, essendo della medesima natura; ma il Demiurgo nel creare il mondo le ha balestrate nel tempo [13]. Le ha piazzate sugli Β«strumenti del tempoΒ», cioΓ¨ i pianeti, e lΓ¬ si fa il loro addestramento all’esistenza che devono condurre una volta trapiantate in terra con l’attrezzatura di quel dato pianeta. CosΓ¬ la loro natura Γ¨ data alle anime una volta per tutte, con le loro servitΓΉ e le loro passioni: Γ¨ l’impronta iniziale da cui devono liberarsi via via per tornare pure e disposte a salire alle stelle [14]. Come farΓ  a riordinarsi lo sprovveduto che viene da Marte, quel pianeta violento e non calcolabile? PerchΓ© in quel mondo di fati vi Γ¨ un solo criterio del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. Non conta la preghiera o la speranza, non vi si tratta che di esattezza, di puntualitΓ  agli appuntamenti del KairΓ³s: la periodicitΓ  giusta che vi fa cadere a posto, lΓ¬ dove il fato vi attende, o altrimenti si Γ¨ ripresi nella bufera del tempo. Fa pensare a quella storia di Kafka: la porta era lΓ¬, aperta per noi proprio per oggi, e adesso si richiude. Chi ha mancato all’appuntamento Γ¨ perduto, deve andare errando attraverso i secoli, cercando il ritornoΒ [15].

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Questo sΓ¬ che Γ¨ un universo astronomico. Per noi, abbastanza spaventoso. Eppure Γ¨ in esso che lo spirito arcaico ritrovava la sua pace; e ve la trovΓ² per dozzine di secoli, quanti ne corrono dalla Grande Piramide fino a oggi. Non sono cose facili da capire, questa accettazione totale, questo sottomettersi alla necessitΓ , se non nelle grandi menti dei teorici che avevano formato il sistema. Ma si trattava di necessitΓ  divina. E possiamo forse comprendere il calvinista, pur cosΓ¬ vicino a noi, che si umilia a esser inspiegabilmente dannato? O possiamo comprendere il puritano wahhabita? La risposta Γ¨ pur sempre quella: Islam, Abbandono. E pure sono proprio questi i messaggi che hanno scatenato le piΓΉ grandi energie libere della storia. Energia Β«stressataΒ» al massimo, quando, come nel calvinista, l’Abbandono Γ¨ doppiato di un dubbio terrificante quanto al proprio destino individuale. Mentre nel sistema arcaico, non c’Γ¨ capriccio sovrano della divinitΓ , come non c’Γ¨ d’altra parte da pensare a misericordia. Tutto Γ¨ scienza.

NecessitΓ  ho detto, dipendente da forze divine che esse stesse non hanno libertΓ  di scelta, che si identificano con le leggi naturali [16].

Tutto, la nostra sorte come quel che c’Γ¨ attorno, Γ¨ rigorosamente determinato; che dico, non solo determinato univocamente, come in meccanica, ma sovradeterminato su vari livelli cospiranti fra di loro, polisovrasaturo di determinazione alla scala del cosmo. Qui si scopre giΓ  il Dio di Spinoza, che comanda l’amor intellectualis, prima ancora che si sia formato l’intelletto astratto. Ma lΓ¬ dove ci si rassegna, dove regna il Fato, si ritrova la libertΓ  inerente al personaggio tragico, la pienezza della sua forma [17]. Β«GeprΓ€gte Form, die lebend sich entwickeltΒ» [18]. Ed Γ¨ proprio quella libertΓ  che si rivela nei mitiΒ β€” linguaggio tecnico dell’inizio, ma cosΓ¬ denso di forma e di suggestione che ha invaso la coscienza storica dei popoli, dove lo ritroviamo ancora oggi [19]. È un caso, come direbbe LΓ©vi-Strauss [20], di Β«immaginazione totalizzanteΒ». […]


Note:

  1. Cfr.Β Il simbolismo della Spirale: la Via Lattea, la conchiglia, la β€œrinascita”.
  2. È questa anche la Β«pietra di fondazioneΒ» dell’opera dello storico delle religioni romeno Mircea Eliade, il quale imbastisce le sue intuizioni sulla dicotomia sussistente fra visione del mondo propria delle cd. Β«societΓ  tradizionaliΒ» e modo di pensare di quello che comunemente Γ¨ detto Β«mondo modernoΒ». Cfr., ad. es., Il sacro e il profano (Bollati Boringhieri, Torino, 2013).
  3. Cfr. G. de Santillana e H. von Dechend, Il mulino di AmletoΒ (Adelphi, Milano, 2003), oltre agli articoli sull’Astronomia Sacra a cura di A. Casella da noi pubblicati: Il tempo ciclico e il suo significato mitologico: la precessione degli equinozi e il tetramorfo,Β Una scienza a brandelli: sopravvivenze delle dottrine del tempo ciclico dal Timeo all’Apocalisse,Β Simbolismo stellare e simbolismo solare,Β Il significato astronomico dell’EtΓ  dell’Oro: Astrea e la β€œcaduta” di Fetonte,Β Il β€œFuoco celeste”: Kronos, Fetonte, Prometeo.
  4. ElΓ©mire Zolla (1926Β β€” 2002),Β scrittore, filosofo e storico delle religioni italiano. Sterminata la sua opera, fondata sullo studio degli archetipi, del simbolismo, dell’esperienza estatica e del misticismo in generale.
  5. Probabilmente qui Santillana si riferisce alle dottrine tradizionali (come quella indiana degli Yuga o quella esiodea delle EtΓ ) secondo le quali la storia del cosmo si svilupperebbe in una serie di epoche interconnesse all’interno di cicli. Se dobbiamo prestare fede a tali concezioni, ricorre nondimeno l’idea che l’umanitΓ  di una data Γ¨ra non possa conoscere pressochΓ© alcunchΓ© di quella dell’Γ¨ra precedente, in virtΓΉ di quello che potremmo definire uno Β«iato temporaleΒ» (nella tradizione indiana,Β pralaya) durante il quale il cosmo ritorna nel crogiolo primordiale, dove regredisce allo stato indifferenziato, per poi essere ri-creato in vista dell’Γ¨ra successiva.
  6. Marius Schneider (1903Β β€” 1982), musicologo tedesco. In lingua italiana sono stati pubblicatiΒ Il significato della musicaΒ (ult. ed. SE, Milano, 2007);Β Pietre che cantanoΒ (ult. ed. SE, Milano, 2005);Β Gli animali simbolici e la loro origine musicale nella mitologia e nella scultura anticheΒ (Rusconi, Milano, 1986);Β La musica primitivaΒ (Adelphi, Milano, 1992);Β La danza delle spade e la tarantellaΒ (Argo, Lecce, 1999).Β Cfr. anche F. Selvafiorita,Β Marius Schneider, la Musica, gli Archetipi… l’oblio, L’Intellettuale Dissidente, 1 aprile 2015.
  7. È proprio di questa concezione Β«olisticaΒ» sviluppata a partire dal Neolitico che trattiamo nel ciclo di articoli intitolatoΒ Culti cosmico-agrari dell’antica Eurasia.
  8. Qui il termine Β«personaΒ» va inteso con riferimento all’Β«anima egoicaΒ» cheΒ β€”Β  come scrive l’AutoreΒ β€”Β Β«rimane presa nel gioco del destinoΒ», o del tempo. Gli antichi romani traducevano persona come Β«mascheraΒ», proprio per sottolineare come quella che i piΓΉ reputano essere la Β«vera personalitΓ Β» dell’individuo non sia in realtΓ  che una mera maschera, indossata da quest’ultimo durante questo suo viaggio terreno che ha, in ultima analisi, tutti gli aspetti di una katabasis.
  9. Etnologo francese (1898Β β€”Β 1956) che, in diverse spedizioni in Africa fra il 1931 ed il 1946, tra cui la famosa Β«Missione Dakar-GibutiΒ», ebbe modo di studiare e trascrivere la peculiare cosmogonia del popolo dei Dogon.
  10. Secondo Karoli KerΓ©nyi, che ne parla nel saggio Β«L’uomo dei primordi e i misteri» in Miti e misteri (Einaudi, 1950, p. 402) la particolare accentuazione del carattere onirico e umbratile che si confΓ  all’esistenza umana deve risalire necessariamente a una fonte orfica. L’Autore ricorda che su tale concezione concordanoΒ β€” tra gli altriΒ β€”Β Platone, Eraclito, Eschilo e Aristofane.
  11. Anche questa concezione si ritrova in Eliade: l’uomo delle societΓ  tradizionali, attraverso la ripetizione dei gesti esemplari degli antenati e degli dΓ¨i, o anche solo ascoltando i miti, ha l’opportunitΓ  di riconnettersi al Β«mondo veroΒ» o, per usare una terminologia eliadiana, al Β«tempo sacroΒ», l’illud tempus delle origini, il quale in ultima analisi si presenta come una dimensione atemporale, in cui non vigono piΓΉ le leggi della storiaΒ β€” da ciΓ², la locuzione Β«uscita dalla storiaΒ» tanto cara all’Autore.
  12. Termine (Terminus) era il dio romano dei giuramenti e degli impegni; ma qui a giudicare dall’epiteto Β«bifronteΒ» allo scrivente pare che Santillana intendesse riferirsi piΓΉ che altro a Giano.
  13. L’utilizzo del verbo Β«balestrareΒ» Γ¨ perfettamente in linea con le dottrine misteriche antiche, secondo le quali l’anima sarebbe stata repentinamente Β«catapultata giΓΉΒ» da una dimensione superna e atemporaleΒ β€” o pre-temporaleΒ β€”Β di pura beatitudine (l’Β«EtΓ  dell’OroΒ» o Β«EtΓ  SaturniaΒ») nel mondo del divenire o mondo sublunare, con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate. Cfr. per approfondimenti A. Meyer,Β Le religioni del mistero: soteriologia del culto mithraico e di Attis/Cibele.
  14. Una sorta di Β«peccato originaleΒ» dunque, sebbene privo della valenza moralistica vetero-testamentaria, come si evince dal proseguimento del discorso.
  15. Questo Γ¨ un mitologema che si incontra in piΓΉ tradizioni: dal ruolo di Saturno Β«seminatoreΒ» alla parabola vangelica della Β«seminaΒ», e ovviamente anche e soprattutto nelle scuole gnostiche.
  16. Nella tradizione mitologica ellenica persino gli dèi sono sottoposti ad Ananke, la necessità, altresì denominata Díke, giustizia intesa nel senso di «misura». Secondo Kerényi (op. cit., p. 232) «Díke [è la] misura fissata da Zeus per gli dèi e per gli uomini». Così Eraclito poté scrivere (fr. 25): «Hélios non andrà oltre la sua misura: altrimenti lo sorprenderanno le Erinni, ministre di Díke».
  17. Scrive KerΓ©nyi nel saggio su Prometeo in Miti e misteri (op. cit., p. 233): Β«Il poeta tragico si dimostra piΓΉ coraggioso del filosofo. Nella limitazione contro cui l’esistenza umana necessariamente urta, egli riconosce un incrollabile dato di fatto del mondo esistente, come una misura posta da Zeus. L’uomo vi urta, vale a dire diventa causa del proprio soffrire: il soffrir ingiustiziaΒ».
  18. Citazione di Goethe.
  19. Il mito, sebbene mascherato, si ritroverebbe dunque anche nel mondo moderno Β«de-sacralizzatoΒ». Ancora una volta, su questo punto Santillana si trova in accordo con Eliade; cfr.Β Mircea Eliade: β€œI miti del mondo moderno”.
  20. Claude LΓ©vi-Strauss (1908Β β€”Β 2009), antropologo, psicologo e filosofo francese, teorico dello strutturalismo.

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