Una retrospettiva sulla spiritualitΓ nativa nordamericana e sulla sua “metafisica della natura”, nel cinquantenario della repressione dell’occupazione di Wounded Knee (II), ovvero quando duecento “integralisti sciamanici” riuscirono a tenere in scacco le forze dell’impero angloamericano per ben 71 giorni, in difesa dei propri inalienabili valori sacrali.
di Antonio Bonifacio
Wakan-Tanka tu sei ogni cosa, eppure al di sopra di tutte le cose.Β
CiΓ² che io so delle scienze divine e delle Sacre Scritture lβho imparato nei boschi e nei campi. I miei maestri son stati i faggi e le querce, non ne avuti altri.
Ascolta una persona dβesperienza tu imparerai piΓΉ nei boschi che nei libri. Alberi e pietre ti insegneranno piΓΉ di quanto possa acquisire dalla bocca di un maestro.
San Bernardo
Premessa
Come appare comprensibile leggendo il titolo, questo scritto non Γ¨ esattamente un articolo in quanto somiglia piuttosto a ciΓ² si definisce un portfolio, un portfolio di immagini concernenti, in linea di massima, alcune espressioni principiali della cultura nativa nordamericana, segnatamente quella deiLakotaSioux, che fanno da spunto a concise informazioni inerenti l’immagine unite tra loro da un filo conduttore. Β
Si tratta quindi di rapidi ritratti, stesi con la penna come fossero colpi di pennello, sintetizzanti alcuni aspetti, tra i piΓΉ significativi, in cui si espresse la spiritualitΓ di queste genti, una spiritualitΓ certamente da non omogeneizzare in un unico contenitore che renderebbe indistinguibili lβun ceppo etnico dallβaltro ma che, purtuttavia, nella sua frammentarietΓ mostra comunque come queste “nazioni” ebbero una comune visione del “mondo”, fondando il loro “esserci” su alcuni pilastri principiali, come ad esempio “la danza guardando il Sole”, la cui testimonianza Γ¨ individuabile fin dalla preistoria.Β
βDioβ (il Grande Misterioso) Γ¨ inteso in queste terre sia nella sua espressione impersonale che in quella personale ed egli si manifesta altresΓ¬ nella dimensione dell’immanenza attraverso tutto l’universo delle sue “creature”, che rinviano costantemente, a chi sa leggere la realtΓ “sottile”, a un corrispettivo spirituale che precede la loro manifestazione terrena. Gli animali come il bisonte, che si prende ad esempio, vive come “idea” in immaginifiche caverne sotterranee, e in questa veste Γ¨ raggiungibile solo per mezzo della visione, possibilitΓ esperibile solo da coloro che vivono la realtΓ degli universi multipli, di cui discetta lo psichiatra Tobie Nathan e che trovano sponda negli iatromanti della Grecia arcaica.Β
Il possente quadrupede Γ¨ quindi accessibile nella sua veste imaginale, come apparizione e da questo “non dove” β e perciΓ² non ubicabile luogo β, proietta la sua “ombra” come apparenza fisica (in senso bruniano quindi) nella manifestazione,
Due mondi quindi si incontrarono nel Continente della Tartaruga (cosΓ¬ i Nativi hanno battezzato la loro terra) e, appena dopo, si scontrarono e le ragione di questa “incomprensione” Γ¨ nelle premesse storiche che sostengono le ragioni dei due distinti universi.Β
Come sottolineano Joseph Epes Braun e Hossein Nasr lβassenza millenaria di una metafisica della natura in Occidente ha progressivamente condotto a una catastrofe spirituale il cui effetto degenerativo si sostanzia nella cupida affermazione del βRegno della quantitΓ β, una ideologia che, nel calvinismo e suoi derivati, troverΓ la piΓΉ compiuta espressione teologica come manifestazione della grazia concessa allβindividuo privilegiato, il nuovo homo sapiens della specie umana.Β
In relazione all’importanza degli “animali” presso le comunitΓ native delle Grandi pianure possiamo sottolineare in breve che questa rilevanza Γ¨ tanto significativa che la figura del “Messia” per i Lakota Sioux Γ¨ rappresentata da Donna bisonte bianco, ovvero da una femmina di questo animale, singolarmente candido, che si trasforma in una donna magica e meravigliosa che dona le istituzioni rituali a questi popoli, tra cui, massimamente, la pipa sacra, oggetto di comunicazione cerimoniale tra Terra e Cielo.Β
I Nativi accettarono, come inevitabile conseguenza della concezione ciclica della totalitΓ , la fine della loro epoca, una fine ritenuta comunque parte del disegno divino. Essa ha rappresentato e rappresenta una tappa necessaria per inaugurare il ciclo successivo nel quali la tradizione dell’uomo rosso tornerΓ di nuovo ad essere protagonista del ciclo vitale della Nuova Era.
Portfolio 1: Lβinizio della fine dei nativi nord americani
Un copione sβinaugurΓ² nelle terre del nord America allβatto dellβattracco del Mayflower a Capo Cod nel settentrione del continente americano. I pii pellegrini, una volta sbarcati, stremati da un viaggio periglioso in cui molti di loro persero la vita, non avrebbero potuto sopravvivere al rigidissimo inverno locale se non fossero stati aiutati dalle popolazioni native, motivo per cui, doppiato il primo anno di permanenza e garantita la sicurezza dei “migranti”, si celebrΓ² il βgiorno del Ringraziamentoβ (Thanksgiving),che avrebbe dovuto sancire, nella originaria intenzione, un patto di mutua convivenza tra i nuovi venuti e le popolazioni locali, come mostra lβaulica immagine che qui si propone. Infatti, dopo il duro lavoro degli inizi, i Pellegrini indissero questo lieto giorno di ringraziamento a Dio per l’abbondanza ricevuta e per celebrare il successo del primo raccolto, i cui semi erano stati donati dagli indigeni, insieme alle tecniche di coltivazione degli stessi.Β
Le cose nella loro effettivitΓ storica andarono difatti nel verso opposto, ripetendo, questi irriconoscenti puritani cristiani, quanto giΓ Colombo aveva fatto sbarcando tra gli accoglienti Taino, segno della presenza di un immarcescibile d.n.a. suprematista comune di fondo a tutti i colonizzatori. Riacquistate le forze e quindi incistatisi sul territorio, i pellegrini del Mayflower si ricordarono chi erano βloroβ e chi fossero i βselvaggiβ, ovvero quelli con cui avevano lietamente condiviso il pasto. Il celebrato John Mason, fondatore della colonia che si realizzΓ² solo grazie allβindispensabile aiuto di quegli indiani, si trasformΓ², appena dopo la βcura ricostituenteβ ricevuta, nel fanatico e sanguinario protagonista che massacrΓ² i nativi, pochi anni dopo sul Mystic e in tutti gli altri luoghi ove i fanatici βpadri fondatoriβ scatenarono la devastante guerra Pequot contro le comunitΓ indigene.
L’ennesimo paradosso, ulteriormente irritante, si verificΓ² Il 29 giugno 1676 quando Edward Rawson redasse una proclamazione ufficiale di Thanksgiving, mostrando riconoscenza a Dio per la buona sorte di cui godeva la comunitΓ e per celebrare, con incredibile faccia tosta, la vittoria contro gli “indigeni pagani”, ovvero quegli stessi nativi che avevano accolto e condiviso il territorio con Bradford e gli altri fondatori della colonia di Plymourh. Fu lβinizio della fine che culminΓ², per farla breve, in un atto di suprema arroganza, l’incipit del futuro genocidio giΓ in fieri.Β Il copione delle azioni future era ormai stato scritto e la violazione di qualsiasi patto, che presuppone un paritetico incontro di volontΓ , divenne la regola e non l’eccezione delle relazioni tra coloni e nativi.
Di ciΓ² uno degli esempi piΓΉ flagranti fu un accadimento occorso un paio di secoli dopo. Il presidente Andrew Jackson, presbiteriano e fiero avversario degli indiani, proclamΓ², in barba alle decisione della Suprema Corte contraria al provvedimento, il criminale Removeral Act, ovvero lβatto di rimozione forzata degli Indiani delle cinque nazioni (che si erano perfettamente adattati alle nuove condizioni di vita importate dallβEuropa), con il quale costrinse, nelle peggiori condizioni climatiche (quasi una preordinata pulizia etnica), gli Indiani a lasciare le loro curate terre assegnate ora a famelici coloni, per prendere possesso, ormai decimati, delle parti piΓΉ aride e inospitali del nuovo territorio di loro destinazione.Β
Questa deportazione Γ¨ conosciuta storicamente, e certamente non a caso, come il βSentiero delle lacrimeβ. Per mera cronaca si vuole ricordare che unβidentica sanguinaria deportazione fu organizzata anche nel territorio argentino e per gli stessi “appetitosi” motivi conducendo allo sterminio parte della popolazione forzatamente migrante. Wikipedia cosΓ¬ descrive lβevento:
La conquista del deserto (in spagnolo: conquista del desierto) fu una campagna militare portata avanti dal governo argentino, e guidata principalmente dal generale Julio Argentino Roca negli anni intorno al 1870, per strappare la Patagonia al controllo delle popolazioni indigene. Recenti studi ritraggono la campagna come un vero e proprio genocidio perpetrato dall’Argentina contro le popolazioni indigene, mentre altre fonti vedono nella campagna la volontΓ di soggiogare quei gruppi che si rifiutavano di sottomettersi alla dominazione dei bianchi.
In sintesi quello che stupisce, in questa lunga e davvero assai parziale catena di orrori, e che gli artefici di queste nefandezze erano tutti, a vario titolo, comunque cristiani appartenenti alle piΓΉ varie confessioni comunque in aspro conflitto dottrinale tra loro, ma accomunate dal disprezzo dellβaltro e dalla volontΓ di non volerlo assolutamente comprendere, ma solo sottomettere ed assimilare.Β
Questa immagine, di cui Γ¨ autore Frithjof Schuon e che Γ¨ tratta dal suo libro Il sole piumato, esprime con la massima chiarezza β manifestata dalla posa caratteristica degli arti dellβuomo disposti tra Cielo e Terra, quasi a riceverne congiuntamente gli influssi β lβaspirazione che anima il nativo nord-americano, autoctono delle grandi pianure, in ordine alla posizione ontologica che questi aspira ad assumere nellβordine manifestato, che Γ¨ quella propria dellβuomo pontificale, mediatore tra due poli: spirituale e terreno. ComβΓ¨ piuttosto noto Il βfilosofoβ elvetico ebbe a sostare, non certo da turista, per alcuni anni in queste terre, ospitato dai pellerossa con cui condivideva una forte parentela d’animo.Β
La sua indagine, tutta spirituale, si concentrava sulla ricerca di tracce della TradizionePrimordiale, che egli supponeva ancora vigorosamente esistenti, magari nascoste sotto la cenere di una superficiale “civilizzazione”, in quelle regioni ritenute dai coloni di nessuna sacertΓ anzi descritte, quasi universalmente, come selvagge e da pagani selvaggi abitate e quindi vere e proprie “spelonche di demoni”.Β Ilmedicine-man, un “diversamente” sciamano, era il sulfureo referente delle relazioni che stringevano questa genti con il “mondo di sotto”, un’opinione questa che tuttora perdura, affatto sottaciuta, in diversi ambienti confessionali.
Se si esamina lo Β«sciamanismoΒ» propriamente detto, si constata in esso lβesistenza di una cosmologia molto sviluppata, la quale potrebbe fornire il motivo di accostamenti con quelle di altre tradizioni quanto a numerosi punti, cominciando dalla divisione dei Β«tre mondiΒ» che pare costituirne il fondamento stesso. Inoltre si riscontrano in esso riti paragonabili ad alcuni di quelli che appartengono a tradizioni del rango piΓΉ elevato: certuni, ad esempio, ricordano in modo stupefacente taluni riti vedici, fra quelli, anche, che piΓΉ manifestamente procedono dalla tradizione primordiale, come i riti in cui i simboli dellβalbero e del cigno hanno una parte preponderante.
Nello specifico assai rilevante Γ¨ anche il giudizio di J. Evola che nel libro L’arco e la clava (siamo nel 1968) scrive:
I pellirosse erano razze fiere con un loro stile, con una loro dignitΓ , una loro sensibilitΓ e una loro religiositΓ ; non a torto uno scrittore tradizionalista F. Schuon, ha parlato della presenza nel loro essere, di qualcosa di ‘aquilino e di solare’. E noi non temiamo di affermare che se fosse stato il loro spirito a improntare in misura sensibile, nei suoi migliori aspetti e su un piano adeguato, la materia immessa nel crogiuolo americano, il livello della civiltΓ americana sarebbe stato probabilmente piΓΉ alto.
Schuon 1995, pp. 40-41
Schuon sapeva quindi bene cosa cercare e dove andare a trovarlo e per questo incoraggiΓ² Joseph Epes Brown, un allievo di A. Hultkrantz, massima autoritΓ degli studi amerindiani (per inciso Brown ha avito una brillante carriera universitaria, dal 1970 al 1972 Γ¨ stato docente presso la UniversitΓ dellβIndiana, e, quindi, dal 1972 al 1989, presso la UniversitΓ del Montana) a incontrare l’ultimo depositario dei sacerrimi “Sette riti” dei Sioux Oglala.Β
Alce Nero puΓ² essere considerato come lβespressione piΓΉ qualificata dellββuomo pontificaleβ nativo ed egli risulterΓ infatti depositario di una delle linee di quella βfilosofia perenneβ, le cui tracce Schuon inseguiva nei suoi spostamenti e che, nel caso di specie, si focalizzava sullβOrdine della Sacra Pipa, inaugurato da Donna bisonte bianco, e sulle modalitΓ “liturgiche” dell’impiego del calumet. Un ordine riservato, quasi un parallelo della confraternita dei Fedeli dβAmore che si proponeva nella persona di Dante e attraverso la “Donna” di rinvigorire l’esausta tradizione occidentale.
Traiamo un passo da Hossein Nasr, intimo dello Schuon β che ben conobbe Brown nella redazione della predetta rivista, al punto di stenderne un toccante necrologio β il contenuto di significato che puΓ² assumere la locuzione βuomo pontificaleβ, propria a molte tradizioni spirituali (Taoismo, Islam, etc) una volta ambientata nel contesto nativo:
Lβuomo pontificale Γ¨ il riflesso del Centro sulla periferia e lβeco dellβorigine nel corso dei cicli del tempo e delle generazioni della storia. Γ il vicario di Dio sulla terra, per usare un termine islamico, responsabile delle sue azioni nei confronti di Dio, custode eprotettore della terra, della quale gli Γ¨ stato conferito il dominio, a condizione che resti fedele a se stesso in quanto figura terrena centrale, creata a βimmagine di Dioβ, essere teomorfo vivente in questo mondo ma destinato allβeternitΓ β¦
Hossein Nasr, Conoscenza sacra, p. 194
Portfolio 3: Il lavoro come sub creazione (la fabbricatrice di cesti)
Il passaggio tra la creazione artigianale degli oggetti alla loro serializzazione industriale Γ¨ il trapasso tra la dimensione spirituale dellβarte tradizionale, che fa dellβessere umano un sub creatore, alla dimensione del lavoro meccanico che fa dellβuomo uno schiavo (una macchina addetto a costruire altre macchine).Β Come esempio di ciΓ², e del significato del lavoro per l’uomo libero, cogliamo questo passaggio in Brown:
I popoli che intrecciamo cesti, nellβatto di raccogliere le erbe e le tinture vegetali, e poi nella stessa azione di intrecciare, percepivano la ricapitolazione rituale dellβintero processo della creazione. Il cesto finito Γ¨ lβuniverso in unβimmagine, e nel processo di lavorazione manuale la donna gioca realmente il ruolo di creatore. Allo stesso modo, stabilendo una relazione dinamica tra lβordito verticale e la trama orizzontale, la tessitrice di coperte navajo prende parte ad atti che imitano la creazione dellβuniverso.
L’ereditΓ spirituale degli Indiani d’America, p. 63
Qui, come altrove, semplici gesti allβapparenza non significativi esprimevano invece il riflesso di una retrostante cosmogonia alla cui ricapitolazione era indirizzata ogni energia secondo un ordine di coinvolgimento che va dal fisico, allo psichico e allo spirituale.
Portfolio 4: Donna che contempla la Luna (Il lungo ininterrotto legame nativo tra Terra e Cielo)
Il paesaggio ritratto in questa immagine creata dallβartista nativo Carl Gorman somiglia straordinariamente a quello della valle della VezΓ¨re in Ariege, dove gli uomini dellβAurignaziano, quindi risalenti a circa 35.000 anni fa, realizzarono il prodigioso calendario lunare, noto come calendario dellβAbri Blanchard, che contiene annotazioni tali da far ritenere che queste popolazioni avessero anticipato di decine di migliaia di anni il calcolo del ciclo metonico lunare. Una conoscenza questa certamente non fine a se stessa ma concepita in un ordine di vedute che innestava lβuomo in una delle ritmiche dellβuniverso visibile. Brown asserisce, concordando in ciΓ² con le piΓΉ recenti prospettazioni sul tema, frutto di rinvenimenti archeologici e non di astratte speculazioni, che anche i popoli autoctoni del Continente della Tartaruga vivevano probabilmente nei luoghi giΓ dal 60.000 a.C., coltivando anch’essi un parallelo ed perspicuo interesse sacrale per gli astri.
CiΓ² non Γ¨ una supposizione ma un dato che emerge β nettissimo β nelle narrazioni mitologiche nelle quali si rinviene l’indicazione di molteplici astri e di costellazioni (es. Pleiadi, in realtΓ Γ¨ un ammasso della costellazione del Toro), che sono oggetti di attenzione mitica parimenti a quanto Γ¨ accaduto nelle uranografie delle nostre latitudini. Tale attenzione mitologica Γ¨ confermata dalle predette testimonianze provenienti dall’archeologia che ci esibisce la presenza di strutture che costituiscono dei veri e propri accordatori celesti, capaci di “mettere in terra il cielo” e quindi idonei a “convertire lo spazio in tempo”.
In definitiva, considerata la rilevanza che tuttora la volta celeste, coi suoi apparenti movimenti, riceve nella ritualistica nativa, Γ¨ ragionevole pensare che anchβessi osservassero e osservino il cielo con lo stesso spirito dei loro arcaici cugini europei, i quali oggi non sanno piΓΉ scrutare la volta celeste con gli occhi della visione interiore. Questi ultimi, infatti, hanno perso nel corso delle ere la cognizione delle ritmiche celesti e con essa sconoscono l’importanza della loro funzione soteriologica. I “moderni” sono approdati, infine, dopo una lunga letica discesa catabasica, a un sapere meramente scientifico e quantitativo della volta celeste. Per conseguenza, la presenza di un tempo qualitativo e/o liturgico si riduce odiernamente a una semplice espressione verbale e non innesca nell’Animo nessuna cospirazione tra i diversi piani su cui Γ¨ articolata la manifestazione: Kairos Γ¨ sparito dalle concezioni contemporanee.Β
Se si parla di ritmo cosmico, si parla necessariamente di circolaritΓ degli eventi che si osservano equidistantemente posizionandosi nel centro dell’axis mundi (quello che sostiene alcune architetture simboliche messe in piedi per i riti dei Nativi) e quindi, vedendo le cose da questo punto di vista, Γ¨ come se questi occupasse il mozzo di una ruota.Β Le quattro stagioni sono quindi espressione del ritmo naturale; cerchio e quaternitΓ costituiscono per i Nativi il fulcro “geometrico” della loro cultura (mito e rito) in quanto gli orientamenti, sia celesti sia terrestri, ripartiscono non solo lo spazio geografico ma anche lo spazio spirituale, ognuno con i suoi abitanti, si passi l’ossimoro, “simbolicamente reali”.Β
Per i nativi del Nuovo Mondo quindi la natura intatta non era il mezzo per giungere a qualcosa, ma il fine da preservare per βqualcosaβ: il futuro delle generazioni che potevano “godere” dell’opera divina e alla stessa partecipare come veri uomini in una sorta di theosis nativa. La natura non Γ¨ reificabile, non Γ¨ un orologio messo in moto da un prodigioso orologiaio, piuttosto essa Γ¨ un cosmos totalmente vivente e imbibito di divino. Quello che i pellebianca, con lβandare dei secoli volevano trasformare e quindi reificare, per lβaltro era uno strumento di contemplazione da conservare, anche, e anzi soprattutto, per le successive generazioni: il concetto di terra βpresa in prestitoβ.Β Questo brano ne offre perfetta esplicazione:
Prima dell’immigrazione europea nel nord America i Nativi del continente percepivano il loro mondo sonico, almeno in parte, come una sinfonia di suoni naturali dove tutte le voci delle creature erano parte integrante di una orchestra animale.Quando i loro habitat furono radicalmente trasformati dalla deforestazione, l’agricoltura e l’urbanizzazione e quando molte tribΓΉ vennero sradicate a causa di guerre e malattie, molte famiglie perdettero la fonte diretta delle strutture soniche naturali in un lasso di temporale relativamente breve. Questo ha prodotto un arresto nell’associazione diretta della loro musica al mondo naturale, e una conseguente frattura quando la natura selvaggia fu cosΓ¬ profondamente trasformata.
Bernie Krause, L’ipotesi della nicchia: come gli animali ci hanno insegnato a ballare e cantare
Il ricordo di questo universo sonoro di plurivibrante sacralitΓ Γ¨ pienamente espressa dalle toccanti parole di Adelphena Logan (matriarca irochese discendente del capo tribΓΉ Logan) che qui si possono leggere:
Sembra che la natura riprenda a pulsare di fronte agli occhi e sembra di rivivere nelle antiche foreste, con le loro forme e colori meravigliosi. E tante voci mi pare di risentire, ogni volta che percuoto il mio tamburo… vogatori sulle loro canoe… vagabondi solitari dei boschi selvaggi e delle praterie sconfinate… voci lontane di gente che canta e danza, con le piume ondeggianti al ritmo del vento.
Sì, il tamburo mi racconta i tempi passati: è una pagina di storia del mio popolo che narra di capi saggi e coraggiosi, seduti intorno a un falò; di gente forte, simbolo di potenza, resistenza e vigore, di anime nobili e piene di sogni, che tornano con il pensiero alla loro infanzia e la proiettano, nello stesso tempo, verso il futuro. Passato, presente e futuro sono intessuti insieme nel mio tamburo.
Alla fine possiamo concludere questa breve rassegna con l’amaro aforisma di Tatanka Yotanka (Toro seduto):
Per voi uomini bianchi il Paradiso Γ¨ in cielo; per noi il Paradiso Γ¨ la Terra. Quando ci avete rubato la Terra ci avete rubato il Paradiso.Β Β
Portfolio 5: Donna bisonte bianco
Straordinariamente diffusa presso i Nativi Γ¨ la tradizione secondo la quale un essere sacro femminile ha portato un oggetto dal mondo dello Spirito: esso Γ¨ la sacra Pipa e per il tramite di essa si puΓ² stabilire una comunicazione tra la Terra e il Cielo, una relazione che altrimenti sarebbe preclusa. Illo tempore La Donna Sacra ha consegnato il calumet a un personaggio umano, particolarmente qualificato a riceverlo, il quale ha, a propria volta, inaugurato una vera e propria catena iniziatica che alla ierofania femminile primigenia riconduce.Β
Questa originaria teofania umano-animale non è isolata nel panorama storico religioso, il che fa legittimamente sospettare una possibile origine comune del vari miti che ne trattano. A tal proposito F. Schuon ha proposto diverse comparazioni con esempi riscontrati in altri continenti e così ne scrive:
Questi intriganti parallelismi offrono un ottimo viatico alla constatazione della presenza della dottrina delle quattro etΓ presso i nativi. Γ proprio Alce Nero a parlarne, riferendo il tutto al suo interlocutore John Epes Brown, il quale, data la rilevanza della dichiarazione, ne elabora i contenuti in senso comparativo e innesta una importante glossa al libro di Alce Nero sui sette riti. Qui si riporta integralmente il contenuto del predetto innesto:
La pipa Γ¨, come anzidetto, per i Lakota lβoggetto donato dalla mitica entitΓ alle origini della loro cultura. Il calumet Γ¨ quindi lo strumento rituale che consente allβuomo pontificale il suo esercizio di coniugazione, stabilendo cosΓ¬, attraverso il fumo che da essa ascende una comunicazione tra questo mondo e il GrandeMisterioso. Lβimmagine di F. Schuon, tra le diverse che arricchiscono il suo libro, di cui molte rappresentano gli Indiani accompagnati da questo fondamentale oggetto rituale, Γ¨, nella sua peculiare ieratica sobrietΓ , piuttosto eloquente.Β
Scrive Epes Brown, a proposito di un insegnamento ricevuto sul simbolismo della pipa da un rappresentante di unβorganizzazione iniziatica che Γ¨ presente nei Crew, cosΓ¬ come nei Piedi Neri, e che collega, piuttosto sorprendentemente, la cerimonia del fumo alla preghiera cardiaca:
Subito dopo lβiniziazione vengono insegnati certi canti da ripetere tutto il tempo come una specie di mantra. Sebbene la loro terminologia sia diversa da quelli di altre religioni quando gli ho spiegato che la ripetizione di una preghiera del cuore puΓ² stabilire unβidentitΓ tra il sincero cercatore spirituale e il Creatore [β¦] lui ha subito detto che quello era lo scopo ultimo dello loro organizzazione.
Le parole di Joseph Epes Brown dedicate alla Preghiera silenziosa indiana, cosΓ¬ accostabile a quella degli esicasti, in cui lβorante ripete interiormente la medesima significativa espressione βWakan Tanka abbi pietΓ di meβ, rendono il confronto ancor piΓΉ convincente. Lβaccostamento alla preghiera del cuore esicasta con quella nativa lo offre esattamente Alce Nero nella successiva frase e questo suggerimento sapienziale ce lo serve come su un piatto dβargento:
Indubbio, dβaltronde, Γ¨ il tratto sciamanico che connota il simbolismo del calumet e il suo funzionamento rituale. La struttura simbolica della pipa suggerisce difatti questa conclusione. Dal suo cannello penzolano quattro nastri, indicanti i quartieri dellβUniverso e i loro spiriti ovvero la quadripartizione spirituale del cosmo antecedentemente accennata. La piuma dβAquila che sormonta la Pipa indica lβUno, di cui i quattro spiriti sono manifestazione. Γ stato Alce Nero, con la sua riconosciuta autoritΓ , a voler reintrodurre il rito essenziale della concezione lakota, il cui impiego Γ¨ stato paragonato, da taluno, a quello eucaristico. Tuttavia questo aspetto non sembra emergere in maniera cosΓ¬ evidente se si approfondisce il simbolismo del rito. Difatti, in una precisazione sul tema, Brown scrive:
Il tabacco sacro che si brucia nel fornello, rappresenta lβ universo e anche lβuomo. Colui che carica la pipa con il tabacco sacro rappresenta il Creatore nellβatto della creazione. Fumando la pipa, lβuniverso, compreso lβuomo (o lβignoranza) viene consumato nel fuoco, che Γ¨ Wakan-Tanka; cosΓ¬ il ciclo Γ¨ completo. Wakan Tanka viene cosΓ¬ rappresentato sotto lβaspetto del Creatore e Distruttore. Il percorso dal bocchino attraverso lo stelo fino al centro e poi la liberazione.Β
Alce Nero ben sapeva ciΓ² e Epes Brown, in una lettera del del 19 novembre 1947, dimostra, ancora una volta, lo spirito libero e indomito di questo autentico “Padre della Patria” che non si flette e mantiene lβinsegnamento dei suoi antenati nonostante la sua adesione (non conversione) al cattolicesimo e cosΓ¬ manifesta la sua indipendenza:
Ciò è confermato da una recente osservazione di Marco Toti, ottimo conoscitore della materia, che così ha scritto:
Il fenomeno storico in oggetto non coincide dunque con una conversione intesa nelle modalitΓ esclusiviste proprie dei sostenitori del Cristianesimo, ma piuttosto con una continuazione della inclinazione antica e tradizionale del popolo verso quanto si puΓ² definire una adesione non esclusivista e cumulativa.Β Β
Naturalmente i popoli dl nord America vivevano lβesperienza della caccia arcaica nel pieno coinvolgimento di tutti i piani che in questa attivitΓ cruenta e insieme necessaria afferivano, al punto tale che Joseph E Brown ha potuto scrivere:
Alce Nero disse che lβatto di cacciare Γ¨ β non rappresenta β la ricerca della somma veritΓ che si conduce nel corso della vita. La caccia Γ¨ una ricerca ripetitiva, che richiede la preghiera preparatoria e la purificazione sacrificale; le tracce scrupolosamente seguite sono i segni e gli indizi dellβobiettivo e il contatto finale con la preda Γ¨ la realizzazione della VeritΓ , scopo ultimo della vitaβ.
Alce Nero disse che lβatto di cacciare Γ¨ β non rappresenta β la ricerca della somma veritΓ che si conduce nel corso della vita. La caccia Γ¨ una ricerca ripeteva, che richiede la preghiera preparatoria e la purificazione sacrificale; le tracce scrupolosamente seguite sono i segni e gli indizi dellβobiettivo e il contatto finale con la preda Γ¨ la realizzazione della VeritΓ , scopo ultimo della vita.
Si osservi che Alce Nero parla di βrealizzazioneβ, intendendo pertanto lβessere tuttβuno con la veritΓ e non in mero conoscitore esteriore della stessa; conoscente e conosciuto formano un tuttβuno. Aggiunge il citato Brown, a dimostrazione del carattere non estemporaneo della dichiarazione di Alce Nero:
Simili esempi della caccia come rito meditativo possono essere offerti dai popoli sud occidentali, e Franck Speck ha rilevato lo stesso atteggiamento nei cacciatori Naskapi della penisola del Labrador.
J. Brown : 112-113
Aggiungiamo noi, per averne trattato poco tempo fa, che il rapporto di offerta tra preda e cacciatore Γ¨ figurativamente ben illustrato nei pittogrammi di Porto Badisco dove Γ¨ il cervo (la preda) a porgere l’arco al cacciatore, allo scopo di farsi inseguire, uccidere e per conseguenza consegnare con ciΓ² un contenuto spirituale al suo uccisore.Β Si potrebbe (audacemente) concludere che la caccia,ritualmente intesa come forma di conoscenza rappresenti una forma di βgnosiβ, e il parallelo venatorio ci richiama alla mente un crudo passaggio espresso da un espressione Dogon, colta da Dominique Zahan:
Il leone si serve di artigli potenti per dilaniare la sua preda. Ugualmente lβuomo scava con il suo spirito il mistero del mondo per raggiungere la veritΓ . Il suo motto Γ¨ βil leone Liberatore, colui che dilania il cuore e il fegato freschiβ.
La ricerca della veritΓ ultima sembra essere quindi la radice di questi comportamenti cruenti e, per questo, si puΓ² ritenere che la caccia rappresenti un aspetto particolare della grande famiglia del βsacrificioβ connotato da un aspetto particolare βvolontaristicoβ su cui ci informa lo steso Brown. Questi appunto scrive:
Ildio indoeuropeo della Guerra(c’Γ¨ una significativa equivalenza tra caccia e guerra presso i nativi nord americani)era la recente incarnazione del primordiale Cacciatore Celeste e la grande mattanza del campo di battaglia si manifesta infine come il teatro di un enorme sacrificio. Il nume Γ¨ quindi il mattatore sacrificale, la sua arma Γ¨ la spada-coltello ricurvo con cui immola la sua vittima, la quale va incontro volentieri al proprio destino fatale:tre personaggi distinti che svolgono tre funzioni specifiche per un’βideologiaβ indoeuropea, ma che diventano un solo Grande Dio, uno e trino.
Nel passaggio successivo, tratto da uno scritto di Roberto Calasso, si coglie il medesimo spirito:
ZΞ΅ΞΉΞΏΟ ΟΟ ΟΞ±ΟΞ΅ΟΟ, βscuotiti prontamente!β, grida il Trigeo di Aristofane alla sua pecorella sacrificale: scuotendo la testa essa deve dare il proprio consenso. Il dio delfico lo aveva detto ben chiaro al Teopropide Euscopo: solo una pecora che consenta spontaneamente puΓ² essere un giusto sacrificio.
Portfolio 8: Escatologia indiana e escatologia occidentale (lβAquila con le sue penne Γ¨ il sole)
Γ di tutta evidenza che la βciviltΓ occidentaleβ, quella venuta in essere dopo il Medioevo, cosΓ¬ antropologicamente connotata dalla posizione centrale dellβuomo vitruviano, ormai ha conquistato il mondo. Inutile perdersi in chiacchiere: lβOccidente Γ¨, praticamente, in ogni luogo e il lemma “occidente” Γ¨ svuotato dβogni significato locativo e, ormai, Γ¨ indice di una mentalitΓ , non di una dimensione geografica. Non per nulla anche il piΓΉ remoto e inaccessibile fazzoletto di territorio della Terra testimonia, con la presenza di una sinistra bottiglietta di plastica abbandonata al suolo, che qualcuno Γ¨ arrivato fin lΓ¬ e ha lasciato traccia precisa della sua βciviltΓ β. Insieme a ciΓ², perΓ², la cronaca ci consegna il problema, se non il dramma, dellβimminente cambiamento climatico, attribuendo, con quanta ragione non si sa, il disastro, dato per prossimo, proprio alla cupidigia dellβuomo “occidentale”, che ora vorrebbe rimediare attraverso una drastica cura dimagrante, spingendolo persino ad alimentarsi con una dieta insettivora, del tutto estranea alle sue tradizioni culinarie. Tardiva resipiscenza, ci sembra, visto che solo un secolo fa il celebre Toro Seduto aveva pronunciato quella che forse Γ¨ la piΓΉ celebre delle sue frasi:
Solo dopo che lβultimo albero sarΓ abbattuto, solo dopo che lβultimo lago sarΓ inquinato, solo dopo che lβultimo pesce sarΓ pescato voi vi accorgerete che il denaro non puΓ² essere mangiato.
Nessuno puΓ² sapere se le future generazioni si nutriranno di miele selvatico o di locuste del deserto, come sembra facesse il Battista ma, inevitabilmente, appare chiaro il fatto che, con la βcura dimagranteβ proposta, se non addirittura imposta, lβorgoglio espansionista riceverΓ un notevole ridimensionamento, quando non addirittura un radicale ripensamento: la mercificazione globalista Γ¨ prospetticamente indirizzata a ricevere un forte contraccolpo dai limiti stessi del nostro “sviluppo”.
Tuttavia, sorge il legittimo dubbio che, quanto apparecchiato per riuscita della cosiddetta transizione, possa essere solo un maldestro tentativo β o una “furbata” di non meglio identificati poteri occulti β per vendere l’illusione di poter fermare unβautomobile lanciata a folle velocitΓ , quando essa ormai Γ¨ in prossimitΓ di un muro con cui Γ¨ comunque inevitabile lo scontro qualsiasi manovra si tenti. Ormai altro non resta da fare che attendere: dal mondo non si puΓ² scendere e, per conseguenza, fermare la giostra dovrebbe potersi ritenere una mera illusione.Β
Fra i Nativi, visitati mezzo secolo fa da F. Schuon e da E. Brown, nel momento in cui lβuso delle pipe rituali era tornato a essere protagonista della vita religiosa autoctona, circolava una lettura escatologica di questi eventi, ovvero mentre i Lakota restauravano i loro riti tradizionali, ristabilendo un saldo legame con il loro principio spirituale β ossia Wakan Tanka, il Grande Sacro, che Γ¨ βNonnoβ nella sua dimensione impersonale e βPadreβ in quella personale β la civiltΓ degli uomini bianchi, per nemesi opposta, sarebbe in posizione cosΓ¬ inclinata da non essere piΓΉ concretamente rettificabile mostrando infine di essere giunta al suo termine, avendo espresso tutte le proprie potenzialitΓ βquantitativeβ, e quindi inevitabilmente prossima alla sua estinzione.
Il rinascimento nativo si sarebbe concretato con la fine dell’egemonia dei pelle bianca.Β Annota E. Brown, completando lβesposizione del pensiero del suo interlocutore in ordine al carattere catastrofico di questa βprofeziaβ:
La sua speranza Γ¨ che alcuni del suo popolo costruiscano un ponte che porti dalla fine di questo periodo al successivo e questo sarΓ fatto con lβaiuto della pipa.
Specifica Giovanni Sessa, nel suo puntuale commento al libro di Schuon Il Sole piumato:
Quando il Calumet viene acceso il fumo che si perde nello spazio indica la de-individualizzazione, che lβuomo deve realizzare per verticalizzare la sua vita e tornare al Principio. Lβuomo in realtΓ , per essenza, Γ¨ divino, e con il rito deve prenderne coscienza e divenire ciΓ² che Γ¨. Deve farsi Sole, il Sole piumato con le penne dβaquila, lβuccello che piΓΉ di ogni altro, con il suo volo, simbolizza lβascesa al Cielo, tema ornamentale onnipresente nel vestiario Pellerossa.
Graham Hancock: Il mistero della civiltΓ perduta, Corbaccio/Garzanti, Milano, 2020Β
Alessandro Martire: Wakan Tanka – Il Grande sacro, edizioni EtΓ dell’Acquario-Lindau, Torino, 2013
Hossein Nasr Seyed: Conoscenza Sacra, Mediterranee, Roma, 2021
Jonh G .Neihardt: Alce Nero parla, Adelphi, Milano, 1968Β
Heike Owusu: I simboli degli Indiani d’America, l’essenza della tradizione pellerossa, edizioni il Punto d’incontro, Vicenza, 1999
Carlo Pagetti: Il senso del Futuro, edizioni di Storia e letteratura, Roma, 1970Β
Gianfranco Peroncini – Marcella Colombo: Al Dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degl’Indiani d’America 1492-1972, Oaks editrice s.l., 2017
David E. Stannard: Olocausto americano, Bollati Boringhieri, Torino, 2016
Philip Sherrard: Uomo e natura, Irfan, San Demetrio Corone (CS), 2012
Frithjof Schuon: Il Sole Piumato, Mediterranee, Roma, 2000
Arthur Versius: Terra sacra, Mediterranee, Roma, 2018Β
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