Di Solstizi e Apocalissi: di Saturno e dell’Età dell’Oro

Annotazioni solstiziali e “apocalittiche” sulla celebrazione del Natale e sulla fine dell’Anno, sulla dottrina arcaica delle “porte” del Cosmo e dell’Anno e sull’escatologia dell’antica Religione Siderale, passando dalla tradizione greco-romana a quella induista a quella cristiana.

di Beatrice Udai Nath

Originariamente pubblicato sul blog dell’autrice, Visionaire. Copertina: Mandala cosmologico tibetano del XVI secolo.

Avadhūt, con il silenzio Maya scompare. Osservando l’azione dei Navagraha si perviene al di là del merito e del demerito. L’umana è la potenza dell’unione di Shiva e Shakti. [Gorakh Bodh, verso 56]


La Religione Siderale

In un tempo non lontano i proto-filosofi, sacerdoti e poeti, avevano osservato le stelle per discernere un disegno e una presenza divina nel loro ciclico e regolare accadere. Un dialogo platonico, probabilmente apocrifo, l’Epinomide, raccoglie le tesi per cui gli astri, con il loro incedere sarebbero immagine diretta della volontà divina, proprio per il loro moto regolare, differente da quello degli animali e degli uomini e perciò più vicino al vero.

Innanzitutto, volgiamo il pensiero al fatto che, come stiamo dicendo, queste due specie di esseri viventi — ripetiamolo — sono entrambe visibili, l’una, così sembrerebbe, è interamente fatta di fuoco, l’altra, invece, di terra; e, mentre l’elemento terrestre si muove disordinatamente, quello igneo si muove secondo un ordine rigoroso. Ora, quel che si muove senza un ordine, cosa che, per lo più, fanno gli esseri viventi del nostro mondo, va ritenuto privo di ragione, quello, invece, che si muove con ordine, seguendo la via del cielo, deve considerarsi prova dell’esistenza di una forma di intelligenza. L’essere costantemente animati dallo stesso moto e dalla stessa velocità, l’essere sottoposti sempre alle medesime forze ed esercitare sempre i medesimi influssi, basta a dimostrare che c’è una vita improntata a ragione. Per gli uomini, dunque, avrebbe dovuto essere prova del fatto che gli astri e l’intero loro moto di rivoluzione siano retti da intelligenza, la constatazione che essi hanno sempre un comportamento regolare, poiché percorrono, da un tempo straordinariamente lungo, un tragitto fissato fin dalla notte dei tempi, senza deviare né verso il basso, né verso l’alto, né mutare di comportamento da una volta all’altra, sì da vagare impazziti uscendo dall’orbita. Per molti di noi questo fenomeno, cioè il fatto che gli astri si muovano e si comportino sempre allo stesso modo, è sembrato indicare l’esatto contrario: gli astri sono privi di anima. Così la moltitudine si mise al seguito di questi dissennati, al punto da ritenere il genere umano dotato di ragione e di vita solo perché si muove liberamente; quello divino, invece, privo di ragione perché animato da un moto sempre identico; eppure l’uomo, elevandosi a quanto c’è di più bello, nobile e prezioso, avrebbe dovuto capire che è necessario attribuire intelligenza a ciò che sempre agisce allo stesso modo, con regolarità e per le stesse cause: cioè alla natura degli astri, la più bella a vedersi, che produce quanto serve a tutti gli esseri viventi, in una danza che, quanto ad andamenti e movenze, supera in bellezza ed eleganza tutte le altre danze.

Questo libro tardo e apocrifo è modello della “religione degli astri”, quell’osservazione capace da sola di regolare la vita degli uomini sull’intelligenza celeste, rendendoli semplici ed esemplari come Dei essi stessi, beati e illuminati, conoscitori del Vero: «A tale vista, il fortunato spettatore dapprima è colto da meraviglia; poi viene spinto dal desiderio di apprendere quanto alla natura umana è possibile, nella convinzione che solo così potrà vivere la vita più nobile e felice in assoluto e, una volta morto, andarsene verso i luoghi propri della virtù. Proprio come un uomo iniziato ai misteri, in sé unitario e partecipe di un solo sapere, trascorre il resto del tempo come spettatore delle realtà più belle che la vista può offrire».

Perciò, a differenza di noi, gli antichi riconoscevano negli astri una divinità lampante, che sotto gli occhi di tutti dettava la volontà divina, prima che gli uomini attribuissero nomi e prerogative agli dei antropomorfi. Così, i Solstizi, fenomeni che a quegli osservatori apparvero macroscopici e carichi di significato, aprivano due volte l’anno uno spazio numinoso e fermo, in mezzo al divenire delle stagioni, rivolgendone il corso in senso ascendente e discendente. Non perché questo influenzasse una mente ingenua e naturalistica, ma invece, proprio nel fenomeno astronomico, piuttosto si inserivano spazi soprannaturali, indipendenti, che sembravano svelare non la naturalità dei cicli terrestri, ma il presente eterno che li sosteneva dal suo profondo imperscrutabile.

A questo punto, per parlare del Solstizio si devono riportare le classiche citazioni di Omero e Porfirio che elucidano, partecipi della religione degli astri, sul significato dei solstizi, o i passaggi che si aprono nel corso annuale del Sole. Le splendide eccezioni, nel moto regolare quotidiano. Omero descriveva nell’Odissea (XIII, 109-112) il misterioso antro nell’isola di Itaca, nel quale si aprivano due porte: «L’antro ha due porte, una da Borea, accessibile agli uomini; l’altra, dal Noto, è dei numi e per quella non passano uomini, degli immortali è la via». Porfirio dà spiegazione questi versi oscuri ne L’antro delle ninfe dove espone il transito sull’eclittica del sole secondo la cosmogonia antica:

Dato che l’antro costituisce l’immagine e il simbolo del mondo, Numenio e Cronio suo compagno dicono che due sono nel cielo le estremità, delle quali una non è più meridionale del tropico invernale, e l’altra non è più settentrionale di quello estivo. Quello estivo poi è nel Cancro, mentre quello invernale è nel Capricorno. Ed essendo per noi vicinissimo alla terra il Cancro, a buona ragione (il suo segno) è attribuito alla Luna che è prossima alla terra. Mentre il Capricorno, essendo invisibile più del polo meridionale, è attribuito a quello che di gran lunga è il più lontano e alto di tutti (gli astri) vaganti, cioè a Kronos. […] Coloro dunque che parlano delle cose divine ponevano essere due (il numero) di questi ingressi: Cancro e Capricorno; e Platone parla di due bocche. Di queste, il Cancro è quella per cui le anime discendono, ed il Capricorno quella per cui ascendono. Ma il Cancro è settentrionale e atto alla discesa, mentre il Capricorno è meridionale e atto all’ascesa. E le parti di Settentrione sono proprie alle anime che discendono verso la generazione. E rettamente gli ingressi dell’antro volti a Borea discendono per gli uomini, mentre le parti di Meridione non sono proprie agli dèi, ma a coloro che ascendono agli dèi. Per questa ragione (il poeta) dice via non propria agli dèi, ma agli immortali, comune anche alle anime che sono per sé o per essenza immortali.

Bisogna farsi una ragione, a questo punto, che il momento solstiziale dell’inverno non fu inventato da una religione concepita dall’uomo o rivelata da dio, ma si dava da sé, sotto gli occhi di tutti, nella natura del cielo. Ciò che chiamiamo Natale fu stabilito in epoca romana, sotto l’influenza dei culti segreti di Mitra, che erano, come accade oggi, spiati e conosciuti anche dai non iniziati e diventati inopinatamente popolari, per cui si decise che la data del 25 dicembre, e più precisamente VIII Kalendas Januaris, fosse il dies N. Invicti, il dies Natalis Sol Invicti.

Colui che naviga su una barca (il sole) fa vedere la signoria che governa il cosmo. Come il pilota presiede al timone restando distinto dalla nave, così il sole presiede al timone di tutto il cosmo restandone separato. E come dall’alto della prua il pilota dirige tutto, dando con un suo lieve movimento il principio primo del corso, così, su un piano di gran lunga superiore, il dio dall’alto dei principi di natura genera indivisibilmente le cause primordiali dei movimenti. [Misteri Egiziani]

Il Natale veniva quindi fissato dall’imperatore Aureliano il 25 dicembre, quando dalla sosta apparente che si verifica a partire dal giorno 21, l’astro solare è risalito visibilmente sull’orizzonte, riprendendo il suo ciclo. La Chiesa romana, ignorando completamente quale fosse la vera data di nascita di Gesù, accettò questa stessa ricorrenza, assumendo la Sua figura a quella del Vero Sole, quella Luce preannunciata dalle Scritture.


Lucas Cranach il Vecchio, l’Età dell’Oro, 1530

L’Età dell’Oro

Ma ben prima che quei culti stranieri arrivassero a rimettere nuovi nomi alle cose perenni, il periodo dell’anno era stato stabilito sacro e celebrato da tempi remoti, con altri fondatori. Accadeva che Saturno giungesse nel Lazio in esilio, dopo che Giove l’aveva vinto ed esautorato, e trovasse asilo presso il re Giano. Restò con lui, a governare nel periodo che si chiamò l’Età dell’Oro, in cui non esistevano diseguaglianze né conflitti sociali e ovunque erano abbondanza e pace. Un’opera di divulgazione ottocentesca riassume le vicende che legano Saturno a Giano e all’Età dell’Oro:

Saturno, perduto il cielo e l’impero, si rifugiò in quella parte d’Italia ove poi fu eretta Roma, e che ebbe il nome di Lazio dal latino vocabolo Latere, forse perché Saturno vi si celò cercando un asilo. Giano, originario della Tessaglia, e divenuto re del Lazio, accolse amorevolmente l’esule Nume, e se lo fece compagno nel supremo potere. Saturno, per gratitudine dell’ospitalità generosa, lo dotò di così raro intelletto e di tanta prudenza, che non dimenticava mai il passato, e prevedeva il futuro; laonde è stato detto che Giano aveva due teste o due volti per conoscere tanto l’ uno che l’altro, ed ebbe perciò il soprannome di bifronte. Il regno di Saturno e di Giano in Italia fu chiamato Età dell’Oro, ossia regno degli Dei e prima età del mondo, perché sotto il loro savio governo gli uomini vissero semplicemente e naturalmente buoni, virtuosi, in pace, godendosi i beni della terra, spontaneamente da essa prodotti. Ma le età successive travagliate da nuovi bisogni, per soddisfare ai quali nacquero le faticose arti, furono denominate dall’argento, dal rame e dal ferro, per significare il successivo traviamento del genere umano. [da Corso di mitologia, o, Storia delle divinità e degli eroi del paganesimo: Per la spiegazione dei classici e dei monumenti di belle arti di François-Joseph-Michel Noël, Charles-Pierre Chapsal, Pietro Thouar, 1861].

Giano diventa, per grazia di Saturno, la misteriosa figura divina a cui è dedicato il mese di gennaio, che apre e chiude le porte (ianuae) del ciclo annuale:

Tutto ciò che tu ti vedi attorno, il cielo, il mare, le nubi, le terre, tutto è dalla mia mano chiuso e aperto a piacere. Io ho la padronanza dell’intero immenso mondo, a me solo è dato di sconvolgerne i cardini. […] Nume dalla doppia e, talvolta, anche quadrupla faccia, Giano era invocato con numerosi appellativi: Patulcius “che tutto apre” e Clusius “che tutto chiude”, Geminus “duplice” e Bifrons “bifronte”. Con queste caratteristiche Giano estendeva il suo dominio sulla duplice sfera delle entrate e delle uscite, in eterna conciliazione degli opposti: passato e futuro, avanti e indietro, interno e esterno, ecc. Giano esprime nettamente quel preciso momento di passaggio in cui passato e futuro coesistono nel presente; è dunque […] anche un dio del tempo, un dio del sole che sorge e tramonta e che è quindi cosciente contemporaneamente – grazie alle sue due facce – della notte che si lascia alle spalle e del giorno a cui va incontro. [Ovidio, Fasti]

Giano quindi è beneficiato del “dono” di Saturno, della divinazione del tempo, cioè di stare al centro delle due direttrici, ascendete e discendente, che segnano il volgersi degli eventi, quelli che scompaiono infine anche dalla memoria e quelli che emergono sconosciuti per rivelarsi in futuro. Giano sembra abitare il “vuoto”, avere in dono il discernimento yogico, per cui con il distacco, che è il dono spirituale di Saturno, la sua visione si situa al di là del tempo, dove gli eventi temporali sono contenuti seminalmente, quando ancora o per sempre sono sconosciuti ai comuni mortali. Dalla felice associazione del saggio Giano con il potente e spodestato Saturno, il tempo del loro regno, dettato dal distacco e dalla veggenza, sarà definito Età dell’Oro, quando gli uomini vissero per un periodo in piena felicità. Nelle descrizioni che li vogliono cibarsi dei frutti spontanei della terra, essi sembrano vivere come gli Yogi del respiro stesso della natura. Nella tradizione romana, però, è Saturno, come Osiride in Egitto, a insegnare agli italici l’arte dell’agricoltura, con cui il respiro della natura si unisce proficuamente all’opera umana. Saturno infatti secondo Varrone e Macrobio derivava dal verbo serere (seminare).

La toponomastica di Roma ancora ricorda il mitico doppio regno: Giano, dalla sua dimora sul Mons Ianiculus, e quella del suo benevolo ospite Saturno, Mons Saturnius, e che in futuro sarebbe stato conosciuto col nome di Campidoglio. Nella pittura rinascimentale, il topos dell’Età dell’Oro è rappresentato come un giardino in cui uomini e donne nudi danzano attorno alla fonte della giovinezza eterna, la fonte dell’ambrosia, che tutti nutre senza diseguaglianze e liberi da malattie. Forse memori di questo, la pantomima della felicità – ormai lontana – era celebrata con i Saturnalia che si svolgevano a Roma dal 17 dicembre per alcuni giorni, presumibilmente fino al solstizio, in cui i ruoli sociali erano invertiti o aboliti, come un breve e fugace assaggio dell’età felice forse, ma anche come uno scherzo irrimediabilmente malinconico dell’ebbrezza, in cui un servo poteva per un giorno diventare “re”, e poi ogni cosa sarebbe ritornata al suo posto. Il tempio di Saturno, dove era custodito il prezioso erario dello stato, si richiudeva, e la statua, cosparsa d’olio, veniva avvolta in strette bende di lana, perché non potesse oltre manifestare quella liberalità che gli era concessa solo nei periodi a lui dedicati. E le sue porte si chiudevano fino all’anno venturo.

L’Epimonide, di cui citavamo il passo in apertura, sembra però segnalare la facoltà del pianeta Saturno quando si decide chi sarebbero coloro che meglio di altri, come Giano, possono discernere la volontà dei cieli e degli astri, un primo ritratto del “nato sotto Saturno”, colui che “nasce con grande fatica”, come legislatore saggio, che avrebbe avuto alterne fortune di mago e di profeta, o di artista e di sacerdote, anche per molto tempo a venire:

Nessuno potrà mai convincerci che esiste, per il genere mortale, virtù più grande della devozione agli dèi: va detto, purtroppo, che essa non ha potuto attecchire nelle nature più nobili, per via di una profonda ignoranza. Le nature migliori sono quelle che nascono con grande fatica, ma, una volta formate, sono davvero preziose. In effetti, quando un’anima accoglie in sé, con moderazione e gradatamente, movimenti lenti e di carattere opposto, avrà un buon carattere: ammirerà il coraggio, sarà incline alla temperanza e, cosa più importante fra queste doti naturali, avrà la capacità di apprendere e di ricordare; potrà, insomma, godere a pieno di queste cose, tanto da diventare amante della scienza. Non è impresa facile, per queste nature, venire generate, ma, una volta nate e favorite da un’educazione e da una formazione adeguate, avranno il potere di dominare, nel migliore dei modi, la massa di chi è inferiore a loro, grazie alla forza del loro pensiero, alle loro azioni e alla loro capacità di parlare degli dèi nel modo e al momento giusti, facendo riferimento ai sacrifici e ai riti di purificazione che riguardano dèi e uomini, senza ricorrere ad atteggiamenti subdoli, ma onorando davvero la virtù: quest’ultimo, fra tutti, è l’aspetto più importante per il bene della città intera.

Vincenzo Cartari, Saturno, da Le Imagini delli Dei degl’Antichi, XVI secolo

Le Apocalissi

Nel Cristianesimo il ricordo onomastico di San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista contrassegna i due solstizi, servendosi dell’assonanza tra i nomi di Giano e Giovanni. Il loro Nome dà inizio al tempo del Solstizio, quando la linea temporale dell’anno per un attimo è fermata, arrestata e aperta, perché possa essere osservata e compresa. Ad alcuni veggenti dell’antichità questo passaggio era stato rivelato in visione come una apocalisse, o la rivelazione di cose nascoste: il momento in cui il tempo si ferma ed è come se il cosmo aprisse il velo per lasciare scorgere il suo funzionamento interno. Così sono la visione di Er e la visione di Empedontimo, o il sogno di Scipione — e quindi l’Apocalisse per definizione, quella di Giovanni, il veggente che appunto è celebrato in questa data –, esempi di questo funzionamento “apocalittico” del tempo: dove la dimensione temporale è come se velasse un meccanismo sottostante, di rotazione, che informa i cicli cosmici, il transito delle anime tra la vita e la morte, e in egual misura le stagioni.

Quello che nella visione apocalittica si dispiega in forma cosmica è il transitus animae, la visione della circolazione dei soffi vitali, se si potesse vedere in essi trascorrere gli dei e i trapassati, i nascituri e i cicli stagionali, nel corpo dello yogi divinizzato in universale. In sostanza, lo yogi potrebbe osservare questo Solstizio cosmico se fermasse la propria mente e il respiro come il sole “ferma” il suo corso, per rinascere nel suo ciclo ascendente. Questo arresto è per lo yogi l’Età dell’Oro, l’apertura del pozzo del nettare, da cui discende la beatitudine dell’estasi, la felicità che si dispenserebbe a tutti i canali vitali, come ai vivi, ai morti e ai cieli. Cosa realizzerebbe lo Yogi che ha veduto il cosmo ruotare sul proprio asse, nello spazio del proprio corpo, sostenuto dai soffi vitali? Realizzerebbe l’Unico Essere, in cui tutto il cosmo e i suoi cicli sono contenuti, che trascende tutti questi elementi, singolarità e traiettorie, come una coscienza trascende la somma degli organi e delle funzioni che sostengono il corpo. Egli è (tutto) ciò che è, la forma sottile dell’esistente, la forma del soffio di tutte le manifestazioni, che compaiono sullo scenario del vivente come dinamica ascendente-discendente.

Così si mostra Krisna ad Arjuna nella Bhagavad Gita, di fatto in una scena apocalittica. Nel corpo cosmico divino tutti gli esseri, passati presenti e futuri, stanno facendo ritorno, divorati dal Tempo e allo stesso tempo riemergono alla vita, secondo la linea ascendente o discendente delle loro azioni. Così come il cosmo, allo stesso modo, ha un moto di manifestazione, o di espansione, simile al giorno, e un moto contrario, notturno, di riassorbimento e di latenza. Al termine della fase di latenza, come al risveglio, viventi, demoni e creature celesti, riprendono il loro posto e ricominciano il ciclo. Ma al fondo di tutto questo, Dio, l’Essere Supremo, resta inalterato, come esistenza pura, nella fase diurna e in quella notturna, nella manifestazione come nel riassorbimento, nella luce e nel buio, oltre le dualità. Chi conosce Dio conosce questo fondamento immutabile, che abita allo stesso modo la coscienza, come testimone del cambiamento degli stati, e non è coinvolto nelle fasi di espressione e di riassorbimento del mondo, non è più soggetto al divenire, vive nell’eternità.

Il ciclo della vita e della morte avviene attraverso lo stesso corpo cosmico divino, come onda del suo respiro, descritto nelle forme che si dinamizzano attraverso la sua persona. Come una apocalisse, la visione dispiegata da Krisna mostra il destino delle anime e l’avvicendarsi dei tempi. La visione ha lo scopo di mostrare il tempo dei mortali e il tempo eterno, nella loro reciproca relazione. Krishna è l’Eterno, dove ogni modificazione, che nel tempo è frammentata, avviene simultaneamente. Vanno e ritornano dalla vita alla morte e di nuovo alla vita, coloro che con il sacrificio agli antenati hanno versato le offerte scarificali, che rientrano come il seme attraverso la pioggia. Chi ha colto la spinta ascensionale all’Uno, invece, vedendolo attraverso il cielo fermo della rivelazione divina, va verso l’immortalità. In Occidente, gli antichi veggenti compresero questo duplice passaggio che informa la Natura della Grazia, con la visione dei Solstizi: da un lato dell’anno solare è posta la porta degli uomini, dall’altra la porta degli dei:

[Empedotimo] si ritrovò improvvisamente solo, a mezzogiorno, in un luogo deserto e disse di essere stato testimone (in quel momento e in quel luogo) di un’epifania di Plutone e Persefone, che lo illuminò su come la luce ruoti ciclicamente intorno alle due divinità, e che con ciò realizzò l’intera verità a proposito delle (nostre) anime, in forma di visioni che osservò direttamente. [Proclo, fr. 93]

Il movimento verticale, quello che da sud volge a nord, che viene indicato nello yoga come la via dei Siddha, ed è quello che il Sole si appresta a compiere nel solstizio di inverno, perciò detto la Via degli Dei. Direzione presieduta da Saturno, il vecchio Cronos, colui che divorava i suoi figli, o il dio agricolo, che conserva i semi nel sottosuolo, come custodisce i tributi dei cittadini nell’erario. Divora perché, al momento opportuno, il seme possa dare frutto. Dissecca, perché il seme, per dare frutto, deve prima morire, sepolto.

Il sacro è il luogo in cui la logica della causa e dell’effetto deve sortire un paradosso, un luogo di assoluta alterità, di non causalità – in questo periodo, in cui il sole entra nel regno di Saturno, nasce il Bambino immortale, il moto ascendente, verso l’eterno, l’atemporale: ciò che Saturno non può divorare, che resta Puer Aeternus, mai sottoposto al tempo. Il 25 dicembre, con la ripresa del moto regolare del sole, in senso ascendente, si celebra perciò il dischiudimento verticale, l’inizio e l’epifania di questa Rivelazione. Il Sole, invitto, ritorna a illuminare la terra. Partendo dal luogo più oscuro, di minore visibilità, dunque di contrizione e di limitazione, o di esilio: la grotta, la pietra, il luogo in cui l’Atman è nascosto nel cuore dell’uomo, seme divino. È dunque questo il Puer-Senex, che certe raffigurazioni medievali del Bambino Gesù descrivono come un neonato il cui volto è di anziano. Perché egli è l’Eterno, il non nato.

Fermo è il cielo della Nascita del Sole, si fermano il cielo e la terra nella notte di Natale, secondo il racconto del Protovangelo di Giacomo. Giuseppe si aggira per le campagne in cerca di una levatrice, ci sono pastori accampati in giro che vegliano le greggi, è periodo sicuramente non invernale, ma il suo significato è immutato. È mezzanotte, quando il ciclo del giorno raggiunge un culmine che segna il nuovo inizio, come un solstizio. «E io Giuseppe stavo camminando, ed ecco che non camminavo più. Guardai per aria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta del cielo e la vidi immobile, e gli uccelli del cielo erano fermi. Guardai a terra e vidi una scodella e alcuni operai sdraiati attorno, con le mani nella scodella: e quelli che stavano masticando non masticavano più, e quelli che stavano portando alla bocca non portavano più, ma i visi di tutti erano rivolti in alto. Ed ecco delle pecore erano condotte al pascolo e non camminavano, ma stavano ferme, e il pastore alzava la mano per percuoterle col bastone, e la sua mano restava per aria. Guardai alla corrente del fiume e vidi che i capretti tenevano il muso appoggiato e non bevevano; e insomma tutte le cose, in un momento, furono distolte dal loro corso». I pastori, il cui mestiere è sorvegliare e vegliare, assistono dunque al prodigio, che nel cielo buio di allora si manifesta in tutta la sua potenza.


Girolamo Olgiati, incisione dal Rilievo del Phanes di Modena, 1569

Aion, l’Eterno Pantocratore

Nelle celebrazioni di Mitra, la prima esponeva la nascita dalla Pietra, che coincideva con il Solstizio invernale, mentre una seconda celebrazione, dodici giorni dopo (come dopo un anno simbolico) accadeva il 6 gennaio, nella ricorrenza della nascita di Aion. Queste due “nascite” rappresentavano le due modalità in cui era concepito Mitra, quale Signore del Tempo. Secondo alcuni autori, la prima nascita era intesa come il ciclo temporale, riferito all’avvicendarsi dell’anno, e la seconda in riferimento al Tempo Infinito. Oppure, per dirlo con le parole di Platone: «Il Tempo (Cronos) era l’immagine in movimento dell’Eternità perfetta (Aion)». Iconograficamente lo troviamo raffigurato come un ragazzo con la testa leonina, con uno scettro, una chiave ed un fulmine tra le mani, avvolto da un serpente che intorno al suo corpo compie sette giri e mezzo, corrispondenti alle sfere celesti. Nel IV secolo, in Egitto, insieme alla festività della nascita del Sole, celebrata al Solstizio invernale, Epifanio descriveva la nascita di Aion celebrata il 6 Gennaio:

Ogni anno, presso il santuario (Koreion) si teneva la festa per la nascita di Aion. I fedeli trascorrevano la notte vegliando, accompagnandosi con musiche sacre. Al primo canto del gallo, alcuni di loro si spostavano, reggendo le torce, verso la cappella sotterranea, da cui prelevavano un idolo ligneo, seduto su una sorta di lettiga, segnato con cinque sigilli a forma di croce, uno sulla fronte, due sulle mani, due sulle ginocchia. Questo idolo era portato in processione, compiendo sette volte il giro della cappella interna del tempio, salutato con suono di flauti e tamburelli e con il canto degli inni. Infine, l’immagine era riposta nella cripta. Alla richiesta di una spiegazione del mistero, i fedeli rispondevano: “In questo giorno e in questa ora la Vergine (Kore/Atena/Iside) ha dato alla luce Aion”.

Plutarco che dice che Neith-Atena era identificata con Iside, il cui titolo era Kore, tra i molti altri, e di cui scrive: «A Sais, nell’andito di Neith, che i greci identificano con Atena, si trovava un’iscrizione in cui la Dea esprimeva se stessa in questi termini: “Io sono tutto ciò che è stato e che sarà, e nessun mortale ha sollevato la mia veste (cioè, ‘sono vergine’); il frutto del mio grembo è il Sole”». Aion è una parola che mostra il midollo vivo del mito e della teologia, Aion è il seme del vivente, di tutto ciò che vive, il Protogonos, è padre e madre, abita il cosmo, lo emana senza emanazione, lo è. Si trova nel “midollo”, come sede della vita, quindi “forza vitale”, durata della vita umana, amplificata nella durata delle generazioni, per raggiungere senza modificazioni al tempo illimitato, che scorre incessante, l’eternità. È l’eternamente incarnato. Il luminoso invisibile reggitore del vivente. Esiste nel manifestarsi, è pura manifestazione di sé, avvolto nel serpente dello Zodiaco.

Energia luminosa, coscienza di essere, è detto Phanes, epifania, mostrarsi di sé dell’essere, nudo, coperto di stelle, destino di cui è padrone e signore, l’asse centrale del cosmo, che è un fanciullo, con la testa di leone, solare. Ermafrodita, come lo sono gli uomini che abitano il mondo da lui creato, l’età aurea. E tra Aion e Ianus sembra comune denominatore, Vayu, il soffio che tutto attraversa, dio vedico dell’elemento vento e respiro di ogni vivente, il Pneuma divino che si fa psiché. Il Prana, che controllato e purificato, guida lo yogi all’incontro col Supremo, alla realizzazione del Sé. Egli si svela essere il Sè, l’Assoluto che vive nel cuore dei viventi, che dai viventi può essere veduto. Questa sembra essere la Stella veduta dai Magi, che si incamminano per incontrarla direttamente, per osservare di persona quale prodigio stia manifestando al mondo: egli sarà un re, sarà l’inizio del nuovo Evo. Giungono alla grotta il 6 gennaio, per vedere comparire ai loro occhi l’Osiride/Aion nato dalla Vergine.

A lui si chinano i Re Maghi, che conoscono il meccanismo celeste, prima religione universale: la religione siderale da cui tutte le religioni tradizionali prenderanno origine. Il primo, il Sole Invitto nel tempo, come Prajapati sarà uno e molteplice, spezzato nella creazione, nell’anno, nei mesi, nei giorni e nelle espressioni rituali, come sarà spezzato il Corpo santo nell’eucarestia, e Zagreus nelle bocche dei Titani e quindi nascosto nel cuore degli uomini; il secondo è inalterabile, l’origine invariata di tutto ciò che si manifesta in molti, in vita e morte, in ciclo e rinascita, colui che rinasce sempre nei molti che nascono. Colui che sta al centro delle direttrici del tempo, a partire da lui, attorno a lui si avvolgono le spire del tempo, il ciclo zodiacale, attraversato dal sole fisico. I due, il Sole che si dipana e si sacrifica nell’anno e il Phanes pantocratore, sono uno solo. Dunque il Mago, il Siddha, arrestando il tempo con il proprio respiro, fissato il Sole al fondo oscuro del proprio essere temporale, osserva accadere la Stella, il disvelarsi dell’Eterno nel cuore immoto del tempo…

Il Calendario di Alfredo Cattabiani riporta numerose cronache e leggende della Nascita e dell’Epifania, tra cui la Cronaca di Zuqnin. I Magi videro qualcosa «simile a una colonna di luce ineffabile la quale scese e si fermò sopra la caverna […] E al di sopra di essa una stella di luce tale da non potersi descrivere: la sua luce era molto maggiore del sole, ed esso non poteva competere con la luce dei suoi raggi; e come nei giorni di nissan la luna è visibile di giorno e quando sorge il sole è inghiottita nella luce di esso, così appariva il sole quando la stella sorse sopra di noi».

Appena la stella si fermò sopra la caverna «vedemmo», narrano i Magi,

ancora aprirsi il cielo come una grande porta e uomini gloriosi portare sulle loro mani la stella di luce; e scesero e si fermarono sulla colonna di luce, e tutto il monte fu pieno della sua luce ineffabile a bocca umana. E vedemmo qualcosa simile a una mano d’uomo, più piccola ai nostri occhi della colonna e della stella, tale che non potevamo guardarla, e ci rafforzammo e vedemmo la stella che entrava nella Caverna dei Tesori Occulti, e la caverna splendeva oltre misura; e udimmo una voce umile e soave che ci chiamò e disse: “Entrate dentro senza dubitare e con amore, e vedrete una vista grande e mirabile”. Ed entrammo timorosi […] E obbedendo alla sua parola, gettammo i nostri sguardi e vedemmo quella luce ineffabile a bocca umana, che si era concentrata in sé e ci apparve nella corporatura di un uomo piccolo e umile, e ci disse: “Salute a voi, figli dei Misteri Occulti”.

Il Cristo che svela ai Magi la sua missione salvifica mostrandosi a ognuno con un aspetto diverso: come bambino, come giovane, come uomo brutto e afflitto, oppure crocifisso o mentre scende negli Inferi, a significare che egli è l’Unità nel molteplice. Poi la stella li accompagna, provvedendo loro viveri e rendendo il viaggio agevole, fino alla grotta di Betlemme dove i Magi vedono «la colonna di luce scendere e fermarsi davanti alla caverna, e scendere quella stella di luce e fermarsi sulla caverna, e angeli alla sua destra e alla sua sinistra […] E la colonna, la stella e gli angeli entrarono e avanzarono in quella caverna dov’era nato il mistero e la luce di vita». Deposti i doni e ascoltato il Cristo, che rivela loro ancora una volta la sua missione di Salvatore, i Magi ripartono per l’Oriente; e mentre stanno riposando al termine della prima tappa, riappare «il segno della luce» svelandosi:

Io sono in ogni luogo e non v’è luogo ove non sono; io sono dove voi mi avete lasciato perché io sono più del sole del quale non v’è luogo del mondo che ne sia privo, pur essendo esso uno, e se venisse meno al mondo, tutti i suoi abitanti starebbero nella tenebra. Tanto più sono io che sono il Signore del sole, e la mia luce e la mia parola sono maggiori di quelle del sole.

Lucas Cranach il Vecchio, Adorazione del Bambin Gesù da parte di San Giovanni Battista, circa 1530-40

Considerazioni sulla Grande Congiunzione di Giove e Saturno

Infine, concludo questo breve viaggio tra i misteri (alti e ridicoli, perché perfettamente incomprensibili per chi non avesse pratica), con una nota sulla congiunzione di Giove e Saturno che si apprezza nei cieli di questo Solstizio e che appassiona i curiosi di astrologia. Giove è stato effettivamente il Signore degli dei, prima che il cosmo eliocentrico lo soppiantasse nella teologia ancora prima che nell’astronomia. Eppure, quale Figlio e Padre, è egli stesso l’Aion. E come tale, la sua nascita è minacciata, preceduta da una strage degli innocenti e quindi nascosta in una grotta, dove attende di essere rivelata. È Zeus, il padre degli esseri, prima che i suoi figli lo dimenticassero, come un Prajapati abbandonato dagli armenti. È la sua una storia che si ripete, uno dei volti del senza volto, il Fanciullo. Secondo alcuni, fu l’allineamento di Giove e Saturno a essere visto dai Re Magi per divinare l’evento della Nascita.

L’impero del mondo apparteneva a Titano, perché era fratello maggiore di Saturno; ma ad istanza di Cibele, Titano lo cedé al minore, a condizione che questi non allevasse figliuoli maschi. Saturno osservò i patti; ed essendo in lui personificato il Tempo che distrugge tutto ciò che egli stesso produce, la favola con bene accomodata allegoria fingeva eh’ei divorasse i figliuoli. Ma vedremo poi come le promesse incaute, consigliate da sfrenata e crudele ambizione, tornino a danno di chi le fa. Intanto Cibele, sorella e moglie di Saturno, avuti due figliuoli ad un parto, Giove cioè e Giunone, fece veder solamente questa al marito, e gli tenne celato Giove, offrendogli in sua vece una pietra che da Saturno fu subito divorata. E ciò fece anche quand’ebbe gli altri due figli Nettuno e Plutone. Giove fu dato a educare alle Ninfe del monte Ida nell’Isola di Creta ed ai sacerdoti di Cibele, chiamati Cureti, Galli, Coribanti o Dattili; e la capra Amaltea gli fu nutrice. Narrasi che le Ninfe e i Coribanti, che furon poi anche sacerdoti di Giove, per celar meglio a Saturno i vagiti del Nume in fasce, si ponessero a ballare suonando i cembali e battendo fra loro molti scudi di bronzo. Finalmente questa cautela non valse, e Titano scoprì la frode; laonde per non vedere esclusi dal trono i Titani suoi figli, mosse guerra a Saturno, lo vinse, e lo imprigionò con Cibele in angusto carcere; ma poi Giove da buon figliuolo venne a capo di liberarli ambedue […]. Poiché Saturno udì dal Destino che Giove gli avrebbe usurpato il regno, appena fu libero, gli mosse guerra; ma Giove lo vinse; e temendo che il padre usasse un’altra volta a suo danno della libertà che gli avea procurata, lo discacciò dal Cielo. [da Corso di mitologia, o, Storia delle divinità e degli eroi del paganesimo: Per la spiegazione dei classici e dei monumenti di belle arti di François-Joseph-Michel Noël, Charles-Pierre Chapsal, Pietro Thouar, 1861]

Abbiamo già visto sopra come prosegue poi la storia di Saturno esiliato, giunto in Lazio, presso Giano. Come si apprende dalle vicende mitologiche, Saturno e Giove sono i due regnanti sovrani del destino. Giove si potrebbe intenderlo come la via Maestra, dove si lavora e si regna tanto quanto l’impegno è proporzionale; di questo eccellere si godono i frutti, quindi si lasciano continuità di sé, come i numerosi figli di Giove. Perciò Giove è espansione, conquista. Il beneficio che da Giove ci si aspetta, in realtà, è subordinato alla volontà del sovrano, al suo favore. Occorre che come una Leda si permetta al Signore olimpico di fecondare il campo di suo interesse, e che assuma la forma e i modi che deciderà appropriati al suo volere. Perciò Giove è benevolo, risolutore, fecondo, abbondante, ma agisce ossessionato dall’incubo di essere divorato dalla morte, che è l’antagonista della creazione, e di doversi perciò riprodurre in mille forme, fuggendo così alla morte — come fece Prajapati di cui è un multiplo tra i multipli, eponimo della molteplicità e moltiplicatore — propagando la sua fecondità in quanto tale: brillare, riflesso in mille forme e abilità, eccellere. Il suo nome sarà quello di tutto ciò che eccelle, che attira a sé, che seduce, che conduce a rappresentarsi e a farsi esemplare. Per ciò gli indiani lo chiamano il Maestro, perché il vero seme è la conoscenza, il vero beneficio è risolvere gli enigmi che decreteranno il Re, e gli ostacoli prima insormontabili, e il frutto migliore è l’eccellenza in qualsiasi campo. Giove è ciò che dell’umano si sottrae alla morte moltiplicandosi, che continua e su propaga, e che è di guida e di beneficio per sé e per gli altri.

Saturno non è meno generoso, ma più anziano, anteriore, l’evento uguale ma precedente, ormai fissato; la sua sfera di azione è il controllo, la regola, il sigillo, e quel limite che segna è il luogo del superamento, dove il vecchio trattiene il nuovo fino a maturazione. Il suo compito è custodire i semi, finché non è giunto il tempo. Cronos custodisce l’Aion, apparentemente lo frena e lo sacrifica. Senza il padre Saturno, sembra suggerire la storia olimpica, non ci sarebbe Giove, ma Giove c’è a dispetto di Saturno e delle sue minacce. Di fronte alla strage degli innocenti, il neonato Giove, il seme del mondo, l’evo venturo (Aion) deve restare nascosto nella grotta, accudito da una capra, circondato dalle api. È per sottrarsi a Saturno che è imposta questa ascesi, che nello stesso tempo è Saturno stesso, la restrizione, la frugalità, l’attesa di una rivelazione regale che verrà e che stabilirà una nuova stagione degli eventi. Giove corona, come un re, le vicende terrene dell’essere umano, ma Saturno è lo stratega, che può proiettare la durata e la portata del destino oltre il suo limite “naturale”. Maestro di Giano, conosce il passato e il futuro, la chiave di volta di eventi che singolarmente percepiamo discontinui, conosce la salita e la discesa delle anime, è il giudice Tempo, il custode e la minaccia della nascita segreta di Aion. Oltre la sfera di Saturno, o del tempo, si accede al superamento della dimensione individuale, della vita minima e privata che appassiona le persone comuni, ma le stringe nel Samsara. Saturno segna destini grandi e tragici, a volte molto cupi, ma mai banali.

Perciò cosa succede quando si verifica la congiunzione? È un punto di divinazione del senso del destino, della strategia superiore che guida le nostre vite. Non potrebbe accadere in un momento più propizio del Solstizio d’Inverno, la Kumbha di quattro unità, del Pranayama del cosmo. Questo punto dell’anno è carico di semi ancora sepolti pronti a ritornare alla vita, a rimettersi nel circolo delle esperienze. È altresì la porta verticale, dove ciò che ha terminato il suo ciclo terreno, ben sveglio, ascende a un livello superiore, alla via degli Dei.

Più che a noi, a cui siamo abituati a riferire tutto, si deve pensare che una congiunzione interessa soprattutto coloro che stanno nascendo. Riflettevo tra me che, nonostante la preoccupazione generale che si proietta su questo evento, in sé non è paragonabile alla tensione “esplosiva” di una congiunzione Urano-Saturno, ad esempio. E qualcosa mi ha bisbigliato all’orecchio di verificare il tema natale di mio nonno materno. Era del 1897. E lì trovo proprio la congiunzione Urano-Saturno con cui facevo il paragone. Se l’anno in sé non presenta eventi particolari, furono però proprio “i ragazzi del ’97” a partire per la Grande Guerra, quelli nati sotto la congiunzione forse più pericolosa che si possa identificare. Questo perché, di fronte ai grandi eventi, si deve spostare l’attenzione al mondo più vasto attorno e dopo di noi, che è quello strategicamente interessato ai fatti che si determinano in cielo. Noi saremo certamente in cuor nostro chiamati a chiederci se abbiamo fatto tutto quello che potevamo, e se abbiamo colto la voce del destino-Saturno, e se l’abbiamo portata, nonostante debolezze e ostilità, alla sua migliore espressione, proprio come Giove. Ma più di questo non possiamo proiettare, perché il nostro futuro, di già nati, si trova esattamente alle nostre spalle.

Infine ecco che tutto accade nell’Acquario, a rappresentare ciò che tutti desideravano, l’Età dell’Acquario: adesso che ce l’abbiamo davanti non sembra essere quello che si aspettava. Si presenta subito una stagione fredda e solitaria, narcisistica e ipertecnologica, proprio come l’Acquario. Opposta al calore leonino, dove ci si abbracciava felici, come animali stretti nel proprio amorevole e feroce branco famigliare e locale — al contrario l’Acquario come Ida e Pingala è il soffio freddo, intelligente, che ama la distanza, tesse relazioni, ma non legami, conosce, studia, ma, non poco, giudica, esclude, sceglie, discrimina. Ma questo è il respiro del tempo, il flusso che scende e il soffio che sale. Noi siamo la “cosa” che scende e che sale, il soffio immortale. Come semi da cui tutto nasce e si espande.

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