La Corsica onirica di Dorothy Carrington

Un universo primitivo, quello corso, splendidamente descritto dalla Carrington nel suo “Granite Island”. Un mondo sospeso, rarefatto, immobile, dove il Cristianesimo è penetrato solo in modo superficiale e non ha intaccato l’essenza profonda di una religiosità atavica dai tratti sciamanici, incentrata sul culto degli Antenati, sulle pratiche magiche delle confraternite estatiche, i Mazzèri, e su un folklore cristallizzato nei secoli, che ci parla di spiriti dei defunti e di un corteo fantasma del tipo della “caccia selvaggia” condotto da una misteriosa “dama bianca”.

di Paolo Mathlouthi

I luoghi mutano a seconda del percorso che si fa per raggiungerli. È importante il mezzo con il quale si viaggia, è importante la compagnia, contano molto le tappe intermedie, i passaggi, i punti di partenza e gli approdi. Il solo modo per familiarizzare con la Corsica, per entrare in sintonia con il suo genius loci, è raggiungerla via mare. Piantata al centro del Mediterraneo, in un cerchio magico di popoli lingue e culture, ad un passo dalla Liguria e dalla Toscana, ad un tiro di schioppo dalla Provenza e dalle Baleari, è terra esotica e tuttavia familiare. Non si tratta di misurare distanze da una costa all’altra, ma di cogliere i riflessi che l’una e l’altra si scambiano, quasi fossero specchi, condividendo la medesima luce e gli stessi colori. Se in quest’epoca balorda, soggiogata dal demone della velocità, il tempo non fosse tiranno, bisognerebbe avvicinarsi alle sue sponde lentamente, come Ulisse verso Itaca, innamorarsi di quest’isola austera poco per volta e poi, dopo una breve sosta, proseguire alla volta dell’Andalusia, attratti dagli speziati profumi moreschi che in queste pietraie scoscese spazzate dal vento non hanno mai messo radici, lasciando solo tracce fugaci.

Qualcuno ha scritto che la Corsica non ha nulla di romantico e che se i fratelli Grimm fossero passati da queste parti avrebbero tirato diritto, accolti dall’arcigna indifferenza degli indigeni. Lord Byron non sarebbe stato d’accordo. Lui che del Romanticismo è stato una sorta d’icona vivente, avverso alle convenzioni, sprezzante, tormentato, libertino e libertario, nel 1825 pubblica il resoconto, fantasioso eppure realistico, di un suo viaggio in Corsica che in realtà non ha mai compiuto davvero, a dimostrazione di quanto l’isola di granito sia, nell’immaginario dei poeti, incarnazione stessa dell’Altrove. Gli fa eco, poco tempo dopo, Alexandre Dumas, che in una Corsica arcaica e misteriosa, popolata dai banditi e scossa dal susseguirsi delle sanguinose faide familiari, ambienta una torbida storia d’amore e morte a tinte fosche che vede contrapposti due fratelli, Louis e Lucie, invischiati in un’ordalia dai toni shakespeariani che non prevede salvacondotti. In queste pagine ritroviamo le stesse atmosfere che, nel secolo appena trascorso, hanno ammaliato Dorothy Carrington (1910 – 2002), il cui cammino attraverso l’isola è stato un lungo percorso iniziatico alla scoperta della magia e dell’arcano.

Dorothy Carrington (1910 – 2002)

La letteratura del Novecento si nutre di contaminazioni, ama i cortocircuiti, i percorsi accidentati, le sintesi ardite e spiazzanti. Non è stato quindi motivo di particolare stupore scoprire che la più attenta studiosa della cultura corsa, raffinata interprete della sua anima indomita, arcaica e misteriosa, svelata al mondo in pagine di rara intensità, sia stata un’aristocratica inglese. Figlia di quel Frederick Carrington che, soffocando nel sangue la rivolta dei Matabele, ha dato un contributo determinante alla creazione della colonia britannica della Rodhesia, Lady Frederica Dorothy Violet Rose nasce a Gloucester il 6 giugno 1910. Rimasta presto orfana di entrambi i genitori, cresce in un austero collegio femminile. Manifesta da subito un’indole poco incline alla disciplina ed una spiccata propensione allo studio delle materie umanistiche che – cosa piuttosto rara per una donna a quel tempo – le consentirà di accedere, settima su trecento candidati, alla prestigiosa Università di Oxford.

Colta, brillante e anticonformista, avvizzire tra i banchi non è però la sua massima aspirazione e nel 1931 rinuncia a presentare la tesi di dottorato sul romanzo inglese del XIV secolo alla quale sta lavorando per sposare Franz Resseguier Waldschutz, un nobile ungherese, proprietario di sterminate piantagioni di tabacco in Africa, con il quale si trasferisce sul continente. I due conducono per qualche anno un’esistenza spensierata dividendosi tra Parigi e Vienna ma, complici le numerose infedeltà di entrambi, la passione si muta presto in feroce risentimento e nel 1937, ottenuto il divorzio, la scapestrata nobildonna fa ritorno in Inghilterra. A Londra conosce Francis Rose, un affermato pittore amico di Salvador Dalì, che s’ innamora di lei perdutamente e la incoraggia a coltivare la sua vocazione letteraria, dando alle stampe, nell’immediato secondo dopoguerra, The Traveller’s Eye, un saggio romanzato sui grandi esploratori inglesi dell’epopea coloniale ormai prossima al tramonto che segna il suo esordio come scrittrice.

Saranno i paesaggi primordiali della Corsica, tuttavia, a fornirle lo spunto per le prose di viaggio che le regaleranno fama imperitura. Su invito dell’amico Jean Cesari, un Corso, ex partigiano gollista conosciuto durante il conflitto che la esorta a farle visita presso la sua dimora avita, Dorothy sbarca ad Ajaccio per la prima volta, con il nuovo consorte al seguito, nell’estate del 1948.

“La Corsica mi apparve al levare del sole. La sua silouette incolore, dai contorni incerti, sembrava galleggiare nella bruma del mattino, ectoplasma immateriale di un mare in stato di trance. Questa prima visione mi permise di comprendere i sentimenti del Capitano Cook nel momento in cui scopriva qualche isola meravigliosa, sperduta nel Pacifico. Le montagne s’innalzavano verso il cielo in catene che si susseguivano le une a ridosso delle altre, culminando in file irregolari di cime, picchi e protuberanze quadrate che sembravano denti giganteschi. I loro fianchi, interamente ricoperti dalla vegetazione, parevano disabitati ed inaccessibili. Che cosa avrei trovato laggiù, oltre a rocce e foreste? Mano a mano che ci avvicinavamo alla costa, la nostra attenzione era attratta da nuovi particolari: poche le opere fatte dall’uomo, sparse le case ed i campi coltivati, ancora più rare le strade. Solo un faro ed una torre d’avvistamento si levavano dalle Sanguinarie, una sfilza di isolette deserte protese dalla baia come i bastioni di un avamposto. Fu allora che alle nostre narici giunse il primo sentore della boscaglia, portato da una leggera brezza dell’entroterra. È il profumo della Corsica tutta, un’essenza dolce amara, che richiama l’incenso, inebriante dopo la pioggia, come una droga. La macchia è una giungla inestricabile di piante e arbusti aromatici: corbezzoli, mirti, cisti, lentischi, rosmarino, lavanda e timo. Ricopre quasi tutto il paesaggio, ad eccezione delle foreste e degli orti. Non è mai servita a granché, se non come rifugio ai banditi e ai patrioti che durante la turbolenta storia della Corsica si sono opposti agli oppressori di turno. Ma rappresenta un incanto potente e continuo. Ci si addormenta e ci si sveglia con un profumo senza eguali. Negli ultimi giorni della sua vita, durante l’esilio a Sant’Elena, Napoleone lo rammentava con nostalgia: il suo orgoglio ferito trovava conforto non nel ricordo dei palazzi e dei trionfi, ma nelle fragranze del bosco della sua infanzia.” [1]


Quella tratteggiata in queste righe è una vera e propria dichiarazione d’amore per l’isola di granito, che accoglie Dorothy tra le sue ruvide braccia e non la abbandonerà mai più, diventando la patria d’elezione della giovane scrittrice. “In Corsica – dirà molti anni dopo – credo di aver trovato l’assaggio di assoluto che cercavo fin da bambina”. I primi tempi della  sua nuova vita non sono affatto facili. Il marito, bisognoso di un riconoscimento sociale assai diverso da quello che poteva offrirgli l’austera esistenza isolana con le sue ristrettezze, parte presto per altri lidi. Dato che il patrimonio familiare, dilapidato da uno zio biscazziere e sciupa femmine, è evaporato in un batter d’occhio, la ragazza si trova a dover provvedere a se stessa.

 Nel 1953 prende dimora in un minuscolo appartamento nel cuore di Ajaccio messole a disposizione da un amico e sbarca il lunario reinventandosi come guida turistica per i (pochi) visitatori stranieri. Un’occupazione che certo non le consente gli agi di una volta, costringendola a fare della povertà una questione di stile, come lei stessa ammetterà, ridendo, durante una celebre intervista televisiva, ma le permette di vivere libera e di esplorare la Corsica a piedi in lungo e in largo. Capelli corti, pantaloni alla corsara, anfibi e zaino in spalla, Dorothy conserva, nella postura e nei tratti del viso, il fascino sfrontato e sbarazzino dell’aristocratica disinibita che negli anni Trenta posa nuda nello studio di Fernand Léger ma, a suo agio ovunque, come ben si addice ad una Lady inglese, si arrampica come uno stambecco per tratturi e mulattiere, dorme negli ovili, s’intrattiene con marinai dall’oscuro passato e pescatori filosofi che discettano con lei sui massimi sistemi, parla con donne che leggono il futuro in bacinelle ricolme d’olio. La visione dei maestosi megaliti antropomorfi di Filitosa, nel sud dell’isola, segna per la scrittrice il punto di non ritorno.

“Quei giganteschi guerrieri cesellati nella pietra molto prima della venuta dei Greci e dei Romani – racconta – colpirono la mia immaginazione in modo profondo, con la stessa lancinante intensità degli oggetti cari smarriti e improvvisamente ritrovati.”

Si rende conto che la Corsica è uno scrigno e, dietro le sparute vestigia napoleoniche, cela un giardino segreto ricolmo di meraviglie senza tempo, accessibile solo a chi sa guardare nella giusta direzione ed ha un orecchio allenato ad ascoltare il sibilo del vento tra i rami, le mille voci del bosco e l’urlo disperato del mare in tempesta. Scopre una società pastorale fedele alla terra e alla legge del sangue, avulsa dal turbinio insensato della Moderrnità, consumata da rancori inestinguibili e passioni funeste, rabbiosamente ancorata ad un senso ancestrale dell’onore che non disdegna il ricorso alla vendetta come mezzo di risoluzione delle controversie. Dorothy s’inoltra in questo Paradiso perduto senza più guardarsi indietro.

“Iniziai me stessa al suono di una musica arcaica e delirante, cominciai a discernere i contorni di credenze che risalivano alla notte dei tempi.”

Un universo primitivo, quello corso, un mondo sospeso, rarefatto, immobile, dove il Cristianesimo è penetrato solo in modo superficiale e non ha intaccato l’essenza profonda di una religiosità atavica dai tratti sciamanici, incentrata sul culto degli Antenati. Scrive ancora la Carrington:

“I Corsi credono di essere circondati da una moltitudine di esseri immateriali: fantasmi dei defunti o spiriti anonimi, sconosciuti, che fluttuano al limitare della coscienza e si manifestano di preferenza nelle ore notturne, tra la mezzanotte ed il primo canto del gallo. Gli spiriti dei morti vengono a reclamare le anime dei vivi e vederli è considerato presagio di sventura. Molti di coloro che ho incrociato giurano di aver fatto incontri spaventosi e questo timore, benché manifestato assai di rado, non li abbandona mai. In Corsica, le paure rimosse tendono a riemergere in superficie e prendere il sopravvento. Lo spirito dei Lumi sul quale tanto facciamo affidamento rischia di abbandonarci, lasciandoci in balia dell’irrazionale.”

Dorothy Carrington (1910 – 2002)

A farle da guida in questa inaspettata discesa nell’Ade è sempre Jean Cesari, il suo mentore, che una sera, durante una cena pantagruelica apparecchiata per lei presso la fattoria degli zii, per primo le racconta strane storie su una dama bianca che, alla testa di una muta di cani feroci e accompagnata da altri esseri terrificanti, compare d’improvviso agli sprovveduti viandanti avventuratisi di notte nella boscaglia, esigendo in pegno la loro vita o quella dei congiunti. Questo corteo infernale, conosciuto come squadra di Arozza, invade in alcuni periodi dell’anno le strade dei villaggi, cinge d’assedio le case chiamando a gran voce il nome delle vittime designate che, sole ad intendere il ferale richiamo, di lì a poco verranno trascinate nell’ombra. Dorothy resta profondamente impressionata da simili racconti:

“Mentre ascoltavo i miei commensali tracciare le linee di questa immaginaria cartina dei luoghi maledetti della regione, narrandomi di assassini e morti violente, cominciai a farmi un’idea diversa del paesaggio circostante. L’aria silenziosa era piena di voci per coloro che erano in grado di intenderle, gli spazi desolati della macchia popolati di defunti, per chi sapeva vederli. Visioni potevano palesarsi, se si aveva la pazienza di attendere in un luogo in cui era stato perpetrato un delitto, come se il limite tra il mondo visibile e quello sovrannaturale fosse stato definitivamente violato. Stretti gli uni agli altri nella cucina rischiarata dal lume a petrolio che illuminava i nostri volti assorti eravamo sempre consapevoli della notte che ci circondava, ci opprimeva, penetrava dalle finestre attraverso il canto incessante dei grilli ed il gracidare delle rane, tanto che l’ombra delle montagne sembrava minacciare le mura stesse della casa. Nulla poteva sottrarci all’inquietudine segreta suscitata in noi da questo mondo notturno.

Con il colpo d’ala della narratrice di razza Dorothy riferisce questi resoconti senza alterare il carattere di oralità che li contraddistingue e calcando l’accento sul loro risvolto fiabesco. Divertita, si sofferma sulle consumate abilità da cantastorie dell’amico Jean che, come un menestrello medievale, tiene viva l’attenzione dei presenti camminando per la stanza e modulando la voce in modo diverso per dar vita ai vari personaggi, mentre la fioca luce proietta sul muro lugubri ombre lunghe, in un’atmosfera dal sapore decisamente gotico, per la quale la scrittrice sembra avere, almeno a giudicare dal ritmo della narrazione, più di un debito di riconoscenza verso i grandi maestri del genere suoi compatrioti, come Algernon Blackwood e John William Wall. Nel chiamare a raccolta gli spiriti, tuttavia, scoperchia inavvertitamente il vaso di Pandora, esponendo il lettore al sinistro fascino di un Mito, quello della Caccia Selvaggia, di cui la masnada di Arozza altro non è, verosimilmente, che una rivisitazione in ambito corso.

Carlo Ginzburg, il quale ha dedicato all’argomento un saggio celeberrimo da poco ripubblicato, osserva che se nelle leggende del mondo scandinavo il corteo delle anime dannate è generalmente guidato da una figura maschile dietro le quale è possibile ravvisare un travestimento del dio Odino, nell’Europa centrale la ridda forsennata che scorrazza per le strade nelle ore notturne mietendo anime è spesso capeggiata da una donna, in tutto simile alla dama in bianco di cui riferisce la Carrington. Nei verbali dei numerosi processi per stregoneria celebrati da un capo all’altro del Vecchio Continente tra il XIV ed XVII secolo, gli imputati dichiarano di aver raggiunto, coprendo grandi distanze in sella ad animali selvatici, località impervie e di aver partecipato, in uno stato di profonda alterazione della coscienza, al “gioco” di Diana o Herodiana, una sorta di baccanale dalle spiccate connotazioni orgiastiche che, canonizzato nella manualistica giuridica medievale, si è arricchito nel corso del tempo di particolari ed è giunto a noi come rappresentazione stereotipata e letteraria del sabba.

Secondo il celebre antropologo, dietro la dèa greca della caccia è possibile ravvisare una rielaborazione, mediata dal modello culturale classico, di una divinità preromana legata ai culti della fertilità, come la germanica Holda. Signora degli animali, esercita un controllo sugli elementi atmosferici, sovrintende al ciclico alternarsi delle stagioni e, in quanto depositaria dei segreti della vita colta nel suo fluire, può essere dispensatrice di ricchezza e abbondanza ma anche messaggera di morte, il che spiega il suo stretto legame con il mondo dei defunti. Quest’ultimo aspetto, esasperato dalla propaganda inquisitoriale, ha finito per relegarla alla sfera del demoniaco, facendone la presenza spettrale che popola le fiabe contadine [2].

Affresco medievale rappresentante una “Danza dei morti”.

In Corsica le ombre dilagano al limitare del giorno e il confine evanescente che separa la vita dalla morte è vigilato dai cosiddetti Mazzèri, “una sorta di confraternita” i cui membri, in tutto simili ai Benandanti della tradizione friulana, possiedono poteri divinatori e la capacità di scorgere nel sonno l’anima delle persone prossime a varcare la soglia, che si manifesta loro con sembianze animali [3]. Temuti e rispettati dalla gente del luogo, i “cacciatori di sogni” non sono figure leggendarie ma, come Dorothy ha modo di constatare di persona, uomini e donne in carne ed ossa ai quali, ancora negli anni Sessanta del secolo breve, i Corsi si rivolgono con deferenza, quasi fossero oracoli, gelosi custodi e interpreti di un culto tramandato per via iniziatica.

“Un fazzoletto nero le incorniciava il volto, cadendo fin quasi sulle sopracciglia, e lei ne stringeva un lembo tra i denti, a celare la parte inferiore del viso, come una cornice per il naso arcuato e gli occhi enormi, strabilianti. Avevo incontrato – scrive Dorothy – il famigerato sguardo che trafigge, tipico dei mazzèri. Ma non era solo inquietante, mi affascinava. I suoi occhi, immensi e incassati, erano azzurri come il cielo: gli occhi di una ragazza, senza età, vividi e brillanti, come illuminati da dentro. Non guardavano me, ma attraverso di me, intenti ad una personale visione. La donna era consapevole del loro potere. La sua fronte era cinta da un nastro bianco da cui pendeva un orecchino d’oro. «È per proteggere gli occhi dai malefici» – mi disse sfiorandolo con le dita – «io ho bisogno dei miei occhi». Quegli occhi da veggente, che possono percepire negli animali sognati le anime condannate dei viventi, sono lo strumento essenziale dei mazzèri. Sanno vedere al di là delle apparenze.” [4].

Esattamente come ha fatto Dorothy che, giunta in Corsica attratta dal coté esotico di quest’isola salmastra ed arsa, ha saputo penetrarne i segreti più riposti, consegnando le sue impressioni alle pagine di un diario dalla prosa potente ed evocativa, un baedeker raffinato e colto, dallo stile arioso, impeccabilmente inglese, che avvince come un romanzo ma, sulla scia di James Frazer, ha la precisione e l’esaustiva completezza del saggio di antropologia culturale. Pubblicato in inglese nel 1971, Granite Island. A portrait of Corsica vale alla scrittrice l’assegnazione del prestigioso premio Heinemann della Royal Literary Society. Tradotto in francese nel 1980 presso Arthaud, il libro s’impone da subito come un classico della letteratura di viaggio e spalanca a Dorothy le aule dell’Università di Corte, che le conferisce la laurea honoris causa per i suoi studi sulla costituzione varata da Pasquale Paoli.

A coronamento di un’esistenza consacrata alla sua patria adottiva, nel 1995 la Regina Elisabetta la insignisce della Croce di Cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico. Ritiratasi a vita privata in una casa bianca circondata da alberi di mandarino aggrappata ad un scoglio a strapiombo sul mare, dove ha stipato i suoi moltissimi libri e la vecchia macchina da scrivere alla quale non ha mai rinunciato, trascorre gli ultimi anni gettando uno sguardo lucido sui fatti del presente. A chi le chiede un giudizio sui fremiti separatisti che scuotono l’isola risponde, enigmatica, che “in Corsica bellezza e violenza vanno di pari passo”. Un parere che, pronunciato da lei, ha il sapore del vaticinio.

Dorothy Carrington (1910 – 2002)

Note:

[1] Mancando a tutt’oggi un’edizione in lingua italiana delle opere della Carrington, onde ovviare alla mia claudicante conoscenza dell’inglese, per le citazioni riportate nel testo mi sono avvalso della versione francese del suo diario corso. La traduzione dei passi espunti è mia.

[2] C. Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Adelphi, Milano, 2017; pp. 73 –187.

[3] Sull’argomento si veda C. Ginzburg, I Benandanti, Adelphi, Milano, 2020. 

[4] All’affascinante tema dei mazzèri la Carrington ha dedicato un saggio specifico, “The dream hunters of Corsica”, pubblicato in francese per i tipi dell’editore Alain Piazzolla con il titolo Mazzeri, Finzioni, Signadori. Aspects magico – religeux de la culture corse.

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