Viaggio alla scoperta dei miti fondativi dell’indole guerriera e profondamente religiosa delle genti che nel corso dei secoli hanno percorso, occupato e abitato il vasto spazio geografico del Turan.
immagine: guerrieri Sciti raffigurati a Persepoli, Iran

LβImpero romano, nato sotto il segno del lupo (animale consacrato al dio Marte), sconfisse i Daci che, a loro volta, erano chiamati βfigli dei lupiβ ed il cui territorio (compreso tra il Danubio ed i Carpazi), secondo il tradizionalista romeno Vasile Lovinescu (noto con lo pseudonimo di Geticus attraverso il quale firmΓ² la serie di articoli sulla Dacia iperborea nei guenoniani Etudes Traditionelles), sarebbe stato la sede di un centro spirituale di origine iperborea. A loro volta, i turco-mongoli, secondo lo studioso olandese naturalizzato tedesco Herman Wirth, sarebbero i discendenti diretti dei cosiddetti βeschimesi bianchiβ: gruppi di iperborei che penetrarono nellβEurasia dallβest portandovi una tradizione sciamanica dal carattere puramente iniziatico che ne facilitΓ² il contatto con le forme esoteriche di altre tradizioni [2].
A questo punto, si rende necessaria una precisazione. Lβassimilazione della parola Turan ai popoli turco-mongoli non Γ¨ etimologicamente corretta. Essa Γ¨ collegata a quanto riportato nello Shahnameh di Firdusi (il libro dei re della tradizione iranica). Questβopera monumentale venne realizzata in un contesto storico nel quale lo spazio turanico (lβarea delle steppe centro-asiatiche) era stato giΓ occupato dalle tribΓΉ turco-mongole. Tuttavia, il mondo turanico, nellβantichitΓ , era rappresentato dalle tribΓΉ nomadi e guerriere indoeuropee che addomesticarono il cavallo e costruirono la ruota ed il carro. Lβoriginario confronto Turan-Iran era semplicemente uno scontro allβinterno del medesimo mondo indoeuropeo tra la sua componente nomadica e quella sedentarizzatasi.
Solo con le migrazioni degli Unni verso occidente, magistralmente descritte da Franz Altheim, lo spazio turanico venne occupato da ethnoi post-indoeuropei ma dalla simile cultura nomadica. Unβanalogia riscontrata anche dallo storico delle religioni Mircea Eliade che ebbe modo di studiare ed approfondire le similitudini negli aspetti culturali e religiosi tra gli antichi iranici ed i turco-mongoli. Uno dei caratteri comuni a questi diversi ethnoi era lβindole profondamente guerriera. I popoli indoeuropei in particolar modo, che nelle steppe turaniche hanno avuto la loro area di origine e diffusione, partecipavano ad un comune sistema di credenze e rituali attinenti allβiniziazione militare. Il lavoro diΒ Georges DumΓ©zil ha dimostrato come esistano tracce di confraternite militari dal carattere religioso-iniziatico tanto nelle culture iraniche pre-zoroastriane quanto nei testi vedici. Sia i Templari cristiani che i Giannizzeri ottomani (legati alla dottrina sufi Bektashi) possono essere annoverati come esempi piΓΉ recenti di tale tradizione.

Ora, tra i popoli indoeuropei dellβantichitΓ , lβiniziazione militare consisteva principalmente nella trasfigurazione dei giovani guerrieri in belve feroci [3]. Lβaspirante guerriero negava la propria umanitΓ perΒ trasformarsi in dio della guerra e la sua potenziale morte in combattimento era semplicemente interpretata come un ricongiungersi allβeterno. Il rito iniziatico guerriero era infatti giΓ un distaccarsi dalla dimensione terrena. Trasformandosi in belva, il giovane guerriero usciva da se stesso e dal proprio tempo divenendo contemporaneo al mito archetipico dellβantenato βcarnivoroβ, modello, al contempo, sia del cacciatore che del guerriero invincibile. Rivivendo il mito, il giovane guerriero ripeteva lβevento primordiale allβorigine della stirpe. Caccia, guerra e conquista facevano intrinsecamente parte di questa dinamica impregnata di religiositΓ . Questi, infatti, erano vissuti come atti spirituali attraverso i quali fondare un nuovo mondo. Inseguendo unβanimale sacro, ad esempio, si scopriva e conquistava un territorio nuovo. Il senso del rito iniziatico-militare a fondamento della casta guerriera indoeuropea era quello di βmorire per ottenere una non morteβ, ovvero, lβimmortalitΓ . Fra gli antenati degli Achemenidi esisteva una famiglia nota col nome di saka haumavarka: coloro che si trasformano in lupi a seguito dellβestasi provocata dallβHaomaΒ [4]Β (bevanda dβimmortalitΓ associabile sia al Soma vedico che al sangue di Cristo contenuto nel Sacro Graal delle tradizioni celtico-cristiane).
Vere e proprie credenze nella licantropia erano attestate tra gli antichi irani, indiani, greci e germani. Gli autori greco-latini chiamavano le tribΓΉ nomadi che abitavano lo spazio irano-turanico come Hyrcanoi (i lupi). LβHyrcania si estendeva nellβarea attorno al Mar Caspio ed anche in iranico aveva il nome di Varkana (il paese dei lupi) [5]. Un nome che rifletteva sia concezioni religiose estremamente arcaiche che il βvivere da lupiβ (di rapina) di queste genti [6]. Nomi del genere erano estremamente comuni in tutta lβarea di diffusione dei popoli indoeuropei. Il nome della tribΓΉ sannita dei Lucani deriverebbe da lykos (lupo). Mentre i loro vicini si chiamavano Irpini, da hirpus, nome sannita del lupo. Nomi che deriverebbero dalla tradizione rituale, comune alle genti italiche, del Ver Sacrum (primavera sacra) [7].
Tale rito veniva celebrato in situazioni di difficoltΓ contingente quando, a causa di carestie o siccitΓ , per scongiurare ulteriori problemi, la comunitΓ prendeva la decisione di espellere la nuova generazione, fattasi adulta, dal proprio territorio. Questa, tuttavia, non veniva abbandonata a se stessa. Al momento propizio, Marte la prendeva sotto la sua tutela e, mostrandosi sotto le sembianze di un animale a lui consacrato (ancora una volta il lupo, ma anche il picchio come nel caso dei Piceni), li guidava verso un nuovo territorio da conquistare anche a costo di sottometterne gli abitanti precedenti [8]. Una dinamica non dissimile da quella raccontata nellβOghuznameh: il racconto epico delle genti turche che, seguendo il lupo grigio (incarnazione dello spirito guida BorteΓ§ine), giunsero fino allβAnatolia. Senza considerare il mito a fondamento della migrazione degli Unni verso occidente: lβinseguimento di un cervo sacro ben oltre le paludi della Meozia e fino alle terre degli Sciti.

Strabone riferisce che anche gli Sciti avevano il nome di βdΓ oiβ (lupi). Ed una tradizione riferita da Esichio di Mileto ci informa che dΓ os era il nome frigio del lupo. Gli Sciti, popolo indoeuropeo dal profondo carattere cavalleresco-guerriero originario delle steppe eurasiatiche, occuparono le terre che in passato erano dei Cimmeri, coloro che per Omero vivevano avvolti tra le nubi e la nebbia. Tipico degli Sciti era lβutilizzo di bevande inebrianti durante i riti religiosi cosΓ¬ come i tumuli funerari noti come βKurganβ. Unβaltra caratteristica comune ai popoli indoeuropei era infatti la convinzione che le dimore stabili fossero prerogativa dei morti e non dei vivi. Lβantropologo svizzero Johann Jakob Bachofen ha sottolineato come nellβantichitΓ si costruisse piΓΉ per i morti che per i vivi. Se per essi bastano abitazioni di legno caduco, lβeternitΓ richiedeva una dimora di pietra, simbolo di ciΓ² che Γ¨ atemporale.
Agli Sciti appartiene anche una delle leggende a fondamento dello schema trifunzionale proprio delle societΓ indoeuropee arcaiche ben descritto dal giΓ citato DumΓ©zil. Secondo questa leggenda, un giorno, dal cielo, sarebbero discesi tre doni divini: una coppa, simbolo della casta sacerdotale; unβascia, simbolo della casta guerriera; ed un aratro, simbolo dellβultima casta dei contadini/produttori [9]. I Sarmati, grandi allevatori di cavalli arrivati dopo gli Sciti ad occupare lo spazio compreso tra lβEuropa dellβest e lβAsia centrale, sono ancora oggi presenti in Ossezia che venne occupata da una loro tribΓΉ; quella degli Alani. Gli Alani ebbero un rapporto alterno con i romani. E nel momento di maggiore estensione dellβImpero si allearono con i Daci contro Traiano.
Sempre Strabone riferisce come anche il nome dei Daci deriverebbe dal termine βdΓ oiβ. Lo stendardo del bellicoso popolo dei Daci era infatti un drago dalla testa di lupo. Un effige che si ritrova descritta nelloΒ Shahnameh come simbolo militare persiano e che, come riporta Mircea Eliade, appare raffigurata su di un dipinto murale del Turkestan. Tuttavia, i piΓΉ valorosi tra gli abitanti della Tracia, secondo Erodoto, erano iΒ Geti. Essi, secondo le notizie raccolte dallo storico attraverso i greci dellβEllesponto e del Ponto, si ritenevano immortali e credevano che colui che scompariva si ricongiungeva nellβeternitΓ al loro dioΒ Zalmoxis. Una concezione che riflette, una volta di piΓΉ, il carattere puramente βplatonicoβ, inteso nel senso di dominio dellβeterno sul tempo e del sovrasensibile sul sensibile, della civiltΓ indoeuropea in tutte le sue forme e componenti.

Secondo le fonti greche, viziate da quel pregiudizio classico che portΓ² i greci a dare una paternitΓ ellenica a culture talvolta ben piΓΉ antiche della loro nonostante Platone non ebbe timore a riportare nel Timeo che gli egiziani consideravano proprio i greci come dei bambini, questo Zalmoxis sarebbe stato uno schiavo di Pitagora dal quale avrebbe appreso la dottrina dellβimmortalitΓ dellβanima. Dottrina che poi avrebbe diffuso nella Tracia ed in particolar modo tra i Geto-daci. Questi, dopo un occultamento di quattro anni in una dimora sotterranea e dopo aver creduto nella sua morte, al momento della riapparizione di Zalmoxis, si sarebbero convinti del carattere divino dellβex schiavo di Pitagora. Tuttavia, Zalmoxis, nonostante quanto riportato dalle fonti greche, sarebbe vissuto ben prima di Pitagora [10].
Ora, a prescindere dalla collocazione temporale del mito di Zalmoxis, Γ¨ importante sottolineare come in questo caso si presenti una variante di un altro tema fondamentale e comune a quasi tutte le tradizioni eurasiatiche: il tema dellβoccultamento del sacro [11] che ha la sua piΓΉ luminosa espressione nellβIslam sciita. Lβoccultamento e lβepifania del divino hanno un profondo senso iniziatico. Il ritiro in una dimora sotterranea, una caverna, rappresenta il primo atto di un rito iniziatico. Secondo Tertulliano, lo stesso Pitagora si sarebbe ritirato per sette anni in un nascondiglio sotterraneo. Mentre Porfirio, nella sua Vita di Pitagora, riporta che il filosofo di Samo venne iniziato ai misteri di Zeus a Creta dove discese nellβantro dellβIda nel quale vi rimase per ventisette giorni. Secondo Diogene Laerzio vi discese in compagnia di Epimenide che in quello stesso antro si addormentΓ² nellβattimo del meriggio rimanendo in una condizione di esistenza atemporale per cinquantasette anni (tre volte il ciclo metΓ²nio di diciannove anni, la piΓΉ grande unitΓ di tempo greca) dalla quale uscΓ¬ immutato nel corpo ma esperto nellβarte divinatoria e nelle tecniche estatiche [12].
Le tradizioni armene parlano di una caverna dove era solito appartarsi Meher (Mitra) e dalla quale usciva solo una volta lβanno. Mani, a sua volta, annunciΓ² che sarebbe salito in cielo e che lΓ¬ sarebbe rimasto un anno prima di occultarsi allβinterno di una grotta. Il mito di Zalmoxis ha segnato profondamente la cultura dei popoli di tutta la penisola balcanica. Egli venne associato a Dioniso, ad Orfeo e considerato alla stregua di prototipo mitico dello sciamano. Zalmoxis, infatti, venne associato anche ad Abari [13]: sacerdote di Apollo, originario del paese degli iperborei, legato a quel simbolo della freccia che ebbe enorme rilievo tanto nella cultura degli Sciti quanto nelle tradizioni sciamaniche siberiane.

Il tema dellβoccultamento collegato al mito di Zalmoxis ha conosciuto una notevole diffusione nellβarea carpatico-danubiana. Lungo lβarco orientale dei Carpazi si insediΓ² il popolo dei SzΓ©kely (Siculi, Ciculi o Secleri) che fa risalire le sue origini alla calata degli Unni verso lβEuropa. Questa piccola frazione del popolo nomade rimasta sul suolo europeo ha continuato per secoli a nutrire la speranza in un ritorno futuro, dal carattere espressamente messianico, del principe Csaba, il piΓΉ giovane dei figli di Attila, il re unno protagonista del mito del Gladius Dei (la spada divina il cui ritrovamento e possesso sarebbero auspicio di vittoria e sovranitΓ universale) [14]. Sempre in questa regione Γ¨ diffusa la credenza che il voivoda di MoldaviaΒ Stefano il Grande (1433-1504) viva ancora in una condizione di occultamento dal profondo valore escatologico. Vasile Lovinescu interpretΓ² questo mito come manifestazione di un centro spirituale iniziatico attraverso lβanalisi di unβicona dellβArcangelo Michele del XVII secolo a cui piedi, coricato ed avvolto in un mantello allβinterno di una cavitΓ sotterranea, si troverebbe proprio il voivoda [15].
La grotta, cosΓ¬ come la montagna, ha un preciso valore simbolico. Entrambi sono simboli assiali e polari. Allβaltezza corrisponde la profonditΓ . La caverna Γ¨ maggiormente collegata al rito iniziatico nel momento in cui la veritΓ si occulta alla maggioranza degli uomini. Il Polo si ritira dalla vetta della montagna verso lβinterno ed il mondo celeste diviene mondo sotterraneo. Il simbolo della montagna, secondo RenΓ© GuΓ©non, Γ¨ il triangolo con la punta rivolta verso lβalto, mentre il simbolo della caverna Γ¨ il triangolo con la punta rivolta verso il basso. Questo, a sua volta, Γ¨ anche il simbolo della coppa dalla quale poter bere la bevanda dellβimmortalitΓ che si conquista proprio attraverso il rito iniziatico [16].
I simboli della caverna e della montagna hanno segnato cosΓ¬ tanto lβimmaginario dei popoli del continente eurasiatico che il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, il pensatore del compimento della metafisica occidentale, non potΓ© esimersi dallβinserirli nella sua opera, dal profondo carattere allegorico, CosΓ¬ parlΓ² Zarathustra. Lo Zarathustra di Nietzsche visse la sua solitudine allβinterno di una grotta e tra i monti. Una solitudine da intendersi non come segregazione ma come appropriazione autentica del proprio sΓ© in attesa del risveglio. Qui, nellβattimo del meriggio, immagine sensibile dellβeternitΓ piΓΉ luminosa, lβuomo sta al centro del suo itinerario tra lβanimale ed il superuomo e celebra il suo avviarsi alla sera come la sua speranza piΓΉ elevata giacchΓ© quella Γ¨ la via verso un nuovo mattino. Γ nel meriggio piΓΉ luminoso che Zarathustra scorge per la prima volta i suoi βanimali guidaβ: lβaquila (simbolo dellβorgoglio) ed il serpente (simbolo della prudenza).
Il meriggio β affermava Martin Heidegger interpretando il pensiero di Nietzsche β Γ¨ il centro luminoso nella storia dellβumanitΓ , un attimo di transizione nella luce serena dellβeternitΓ , dove il cielo Γ¨ profondo, e dove ante-meriggio e po-meriggio, si scontrano lβuno con lβaltro e si imbattono nella decisioneΒ [17]. Questa decisione Γ¨ la scelta tra una vita che nega se stessa e la possibilitΓ di un nuovo inizio. E questo nuovo inizio Γ¨ inscindibile dalla constatazione essenziale che solo lβeternitΓ Γ¨ sempre assolutamente nuova.
Note:
[1]Β A. Dugin, Siberia, in Russia segreta, Edizioni all’insegna del Veltro, Collana elettrolibri, Parma 2012.
[2]Β Ibidem.
[3]Β Cfr. M. Maculotti,Β Metamorfosi e battaglie rituali nel mito e nel folklore delle popolazioni eurasiatiche, su AXISmundi.
[4]Β M. Eliade, Da Zalmoxis a Gengis Khan, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma 1975, p. 12.
[5]Β Ibidem.
[6]Β Al βvivere da lupiβ era anche associato il periodo iniziatico a cui i giovani spartani venivano sottoposti per la durata di un anno. Durante questo periodo il giovane doveva vivere evitando qualsiasi tipo di contatto umano.
[7]Β Cfr. A. Modena Altieri,Β Lupercalia: le celebrazioni catartiche della Februa, su AXISmundi.
[8]Β Anche la condizione degli esiliati e dei fuggiaschi veniva associata al βvivere da lupiβ. Romolo, non a caso, fece erigere sul Campidoglio un asilo per esuli e fuggiaschi che Servio dedicΓ² al dio-lupo Lucoris.
[9]Β Cfr.Β A. Piscitelli, Cimmeri, Sciti e Sarmati: i popoli iranici dell’antica Eurasia, su AXISmundi.
[10]Β Da Zalmoxis a Gengis Khan, op. cit., pp. 27-28. Su Zalmoxis, si veda anche M. Maculotti,Β DivinitΓ del Mondo Infero, dellβAldilΓ e dei Misteri, su AXISmundi.
[11]Β Cfr. D. Perra,Β Il mito dellβoccultamento nelle tradizioni eurasiatiche, su AXISmundi.
[12]Β K. Kerenyi, Miti e misteri, Einaudi Editore, Torino 1950, p. 413. Si veda anche M. Maculotti (cur.), K. Kerenyi: Il mitologema dell’esistenza atemporale nell’antica Sardegna, su AXISmundi.
[13]Β Cfr. M. Maculotti (cur.),Β Ioan P. Culianu: lo sciamanesimo iperboreo dellβantica Grecia, su AXISmundi.
[14]Β C. Mutti, Imperium. Epifanie dell’idea di Impero, Effepi, Genova 2005, cap. II Flagellum dei, Servus dei, pp. 49-52.
[15]Β Si veda a tal proposito V. Lovinescu, Rex absconditus, Edizioni all’insegna del Veltro, Collana elettrolibri, Parma 2012.
[16]Β R. GuΓ©non, Simboli della scienza sacra, Adelphi Edizioni, Milano 1975, pp. 190-191.
[17]Β M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi Edizioni, Milano 1994, pp. 282-283.

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Grazie di cuore Marco
MM