Risalendo in direzione contraria la corrente, W.B. Yeats si fece bardo in unβepoca che aveva bandito ogni carme, dimenticato Arcadia, negato e ridicolizzato la conoscenza degli antichi Druidi. Lβintera sua opera β e prima ancora lβintera sua esistenza β fu consacrata a una Visione, fondata sulla cosiddetta Β«Grande MemoriaΒ», una sorta di Anima Mundi dei neoplatonici, Β«serbatoio dβanime e dβimmagini e punto dβincontro tra i vivi e i mortiΒ», cui il Veggente deve accedere per colmare l’irrimediabile distanza tra lβideale e il reale, tra il divino e l’umano.
di Marco Maculotti
originariamente pubblicato su Limina
copertina: John Faed, “The Poet’s Dream”, 1901
Sono esistiti uomini, disseminati lungo le ronde del divenire, che sembrano essere nati per adempiere a un compito sacrale e, per le rispettive epoche, rivoluzionario. Non si tratta di ministri di culto, perlomeno non nella stretta accezione del termine: essi sono piuttosto visionari, veggenti e poeti. GiΓ Giorgio Colli [1] ha dimostrato come tanto la poesia quanto la filosofia ellenica furono diretti discendenti dellβarte della mantica, figlie di secondo letto dellβincontro col Divino e con il suo enigma imperscrutabile: poeti e filosofi ricevettero cosΓ¬ in ereditΓ la sapienza degli iatromanti.
William Butler Yeats, insieme ad altri che lo precedettero (Blake, Keats, Shelley), merita di entrare di diritto in questo pantheon di anime al di sopra del tempo. Lβintera sua opera β e prima ancora lβintera sua esistenza β fu consacrata a una Visione: risalendo in direzione contraria la corrente, egli si fece bardo in unβepoca che aveva bandito ogni carme, dimenticato Arcadia, negato e ridicolizzato la conoscenza degli antichi Druidi.

Yeats era della convinzione che magia e poesia fossero nate insieme, fondando la propria efficacia sulla piΓΉ grande di tutte le forze, il simbolo, che Β«viene usato sia, coscientemente, dai maghi, che, meno coscientemente, dai loro successori, poeti, musicisti e pittoriΒ» [2]. La parola poetica viene vista cosΓ¬ come lβaggiornamento dei suoni prodotti dai maghi per gettare incantesimi: ne consegue che spetterΓ al poeta privilegiare certe soluzioni ritmiche e metriche per raggiungere quellβequilibrio Β«tra il sonno e la vegliaΒ» da cui Β«scaturisce il simbolo, e per suo tramite la rivelazioneΒ» [3].
Successore di Blake e in qualche modo anticipatore della psicologia del profondo jungiana, Yeats seppe elevare il mondo imaginale alla sacralitΓ che gli spetta di diritto e che aveva perduto ormai dalla fine del Medioevo, prima con lβavvento dellβIlluminismo, poi con il razionalismo e infine con lo scientismo e la rivoluzione industriale. Lβuniverso diventa cosΓ¬ β come per gli alchimisti medievali β un enigma cifrato, che il poeta, cosΓ¬ come anticamente il mago, deve penetrare con lβintuizione e tradurre in versi per il suo pubblico (ma prima ancora per se stesso).
Β« Il simbolo Γ¨ riportato quindi al significato etimologico di βconcetto che unisceβ, e risulta intimamente legato alla sfera del sacro, di cui esso Γ¨ espressione [β¦]. Il mito e il simbolo diventano cosΓ¬ il bandolo su cui tessere la trama umana, e a cui poeti e visionari attingono per enunciare le loro veritΓ . Β» [4]

La risoluzione di questo mysterium tremendum passa per lβaccesso a quella che Yeats denominava la βGrande Memoriaβ, una sorta di anima mundi dei neoplatonici o di mundus imaginalis come inteso da Corbin [5], sede dellβinconscio collettivo, Β«serbatoio dβanime e dβimmagini e punto dβincontro tra i vivi e i mortiΒ» (una teoria probabilmente mutuata dalla tradizione gaelico-celtica dei fairies), in cui Γ¨ contenuto il seme di ogni cosa. La Grande Memoria, come il registro akashico della tradizione indΓΉ, serba ricordo di ogni manifestazione della storia ciclica: accedere ad essa equivale quindi ad annullare i limiti spazio-temporali in vigore nel mondo sublunare, essendo il passato e il futuro contenuti Β«in semeΒ» nella sua immensitΓ sconfinata.
Gli antichi irlandesi, dβaltra parte, sostenevano che i file, vale a dire i veggenti, ottenevano il dono della seconda vista e della profezia raggiungendo questo stato di coscienza tra il sonno e la veglia, tra il conscio e lβinconscio. In questo sotto-mondo animico, fluido ed abissale, che Γ¨ anche lβaldilΓ celtico e la dimora nascosta del popolo fatato, il file guadagnava la comprensione dei misteri piΓΉ grandi e risolveva le questioni piΓΉ problematiche che gravavano sui membri della comunitΓ : come gli sciamani e i medicine-men di ogni parte del mondo, egli dialogava con gli spiriti, andava alla ricerca delle anime smarrite e pacificava quelle che ritornavano sulla terra benchΓ© non avessero piΓΉ un supporto fisico.

Una delle descrizioni piΓΉ riuscite di questi stati di coscienza estatici nellβopera di Yeats, con evidenti rimandi a mistici come Swedenborg e BΓΆhme, si trova nel romanzo esoterico Rosa Alchemica [6]:
Β« Mentre sprofondavo nellβabisso il grigio e il blu e il bronzo che sembravano riempire il mondo diventarono un mare di fiamme e mi travolsero, e nel turbine che mi trascinava udii sul mio capo una voce gridare, βLo specchio si Γ¨ rotto in due pezziβ, e unβaltra voce rispondere, βLo specchio si Γ¨ rotto in quattro pezziβ, e una voce piΓΉ lontana gridare con grido esultante, βLo specchio si Γ¨ rotto in innumerevoli pezzettiniβ; e poi una moltitudine di pallide mani si protese verso di me, e visi dolci e strani si chinarono su di me, e voci tra il lamentoso e il carezzevole mi dicevano parole che dimenticavo nellβattimo stesso in cui venivano pronunciate. Venivo tratto fuori da quella marea di fiamma, e sentivo liquefarsi i miei ricordi, le mie speranze, i miei pensieri, la mia volontΓ , ogni cosa chβio ritenevo essere me stesso; poi mi parve di salire passando attraverso innumerevoli congreghe di esseri che erano, mβera dato di capire, in un modo piΓΉ certo del pensiero, ciascuno avviluppato nel proprio attimo eterno, nel perfetto sollevar dβun braccio, in un cerchio di parole ritmiche, in un sogno a palpebre socchiuse e ad occhi appannati. E poi passai oltre queste forme, che erano tanto belle da aver quasi cessato di essere, e, dopo aver sofferto strani stati dβanimo, malinconici, cosΓ¬ pareva, per esser gravati dal peso di molti mondi, entrai in quella Morte che Γ¨ la Bellezza stessa, e nella Solitudine che tutte quelle moltitudini incessantemente desiderano. Mi parve che tutte le cose che avessero mai avuto vita entrassero a stabilirsi nel mio cuore, e io nel loro; e non avrei piΓΉ conosciuto nΓ© morte nΓ© lacrime, se non fossi improvvisamente precipitato dalla certezza della visione nellβincertezza del sogno, e diventato una goccia dβoro fuso che cadeva a velocitΓ smisurata attraverso una notte trapuntata di stelle, e tuttβintorno a me un gemito malinconico ed esultante. Β»

Altrove lβesperienza estatica diventa veicolo di una βnostalgia delle originiβ di eliadiana memoria [7], con reminiscenze esiodee e lucreziane della mitica EtΓ dellβOro. Γ in questi frangenti che emerge lβaspetto piΓΉ profondamente malinconico della prosa yeatsiana, connaturato allβirrimediabile distanza tra lβideale e il reale, tra gli dΓ¨i e lβuomo, questβultimo condannato ad essere relegato β sfruttando una tradizione che va dai presocratici agli gnostici, fino a Shakespeare e Poe β in una dimensione ontologica umbratile [8]:
Β« Mi pareva di udire una voce di lamento proveniente dallβEtΓ dellβOro. Mi diceva che noi siamo imperfetti, incompleti, non piΓΉ simili a una bella tela intessuta, ma piuttosto come un fascio di corde annodate insieme e gettate in un angolo. Diceva che il mondo era un tempo interamente perfetto e generoso, e che quel mondo generoso e perfetto esisteva ancora, ma sepolto come un cumulo di rose sotto tante palate di terra. Gli esseri fatati e i piΓΉ innocenti tra gli spiriti vi avevano dimora, e si dolevano del nostro mondo caduto nel lamento delle canne mosse dal vento, nel canto degli uccelli, nel gemito delle onde, e nel soave pianto del violino. Β»
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Proprio sul recupero del folklore irlandese Yeats fondΓ² il suo personale anelito di rinnovamento dellβimmaginazione: insieme a colleghi e comrades del calibro di Wilde, Lord Dunsany, Shaw, Synge e la Gregory egli diede il via a quel movimento culturale rivoluzionario denominato Celtic Revival (Rinascimento Celtico o Gaelico). Yeats non studiΓ² le tradizioni popolari sui tomi dei folkloristi, bensΓ¬ raccolse personalmente testimonianze e racconti dai suoi connazionali, soprattutto allβinterno della contea di Sligo.
Le famiglie di contadini, allevatori e pescatori presso cui Yeats dimorΓ² e che contribuirono alla realizzazione di queste antologie di racconti tradizionali, pur essendo nominalmente cattoliche o protestanti, mantenevano credenze chiaramente βpaganeβ ancora allβinizio del Novecento: il loro mondo, scevro di santi e Madonne, pullulava invece di esseri ferici e spiriti incorporei, spesso connessi agli antichi lignaggi che talvolta, attraverso le epopee medievali, retrocedevano fino ai leggendari abitanti divini dellβIrlanda, i Tuatha DΓ© Danann, che il mito vuole essersi poi, una volta sconfitti in battaglia dai Milesi, βoccultatiβ in una dimensione invisibile e parallela alla nostra: il mondo βsotterraneoβ di Fairyland dove i poeti e i veggenti gaelici compivano i propri viaggi. Β«Dentro quei confini un mosaico culturale unico al mondo lasciava affiorare i resti straordinari delle antiche civiltΓ , secondo un disegno che Yeats credeva corrispondere a una coscienza popolare sotterranea, ma unitariaΒ» [9]: la coscienza che trovava la propria fonte e la propria esistenza nella Grande Memoria.

Nondimeno Yeats non edificΓ² la sua visione sul solo folklore: interessato fin dalla giovane etΓ allo spiritismo e alle dottrine occulte, egli dapprima frequentΓ² la SocietΓ Teosofica di Madame Blavatsky, poi si fece iniziare alla Golden Dawn. Ma ancora piΓΉ decisivi, a questo riguardo, sono da considerarsi gli esperimenti di scrittura automatica che Yeats compΓ¬ con la moglie Georgiana Hyde-Lees, in parte ispirati alla Magia Enochiana di John Dee, dai quali nacque la sua opera piΓΉ criptica e trascendente, A Vision, pensata dal Poeta come Β«un ultimo atto di difesa contro il caos del mondoΒ» [10], in cui viene esposta, fra le altre cose, la dottrina yeatsiana β benchΓ© rivelata dalle potenze sottili β del Daimon, Β«sΓ© ultimo dellβuomoΒ» o Β«sΓ© sepoltoΒ», Β«il lato perfetto e in atto dellβEssere di cui lβuomo Γ¨ aspetto potenziale e perfettibileΒ» [11], ma anche Β«una presenza quotidiana che percepiamo come lβaltra metΓ del nostro essere, con cui abbiamo un rapporto dialettico di conflitto e attraverso la quale possiamo indirizzarci verso ciΓ² che Γ¨ giustoΒ» [12], che in certi casi, come Beatrice con Dante e la Fylgja nella tradizione scandinava, si confonde con la donna amata o con la Sposa Celeste.
Unβaltra sua opera incentrata sulle tematiche piΓΉ esoteriche della sua Weltanschauung, e precisamente sulla visione, la maschera e la questione dei morti, Γ¨ Per amica silentia lunae [13], che riecheggia in molte delle sue considerazioni il trattato sul βpopolo invisibileβ e la βseconda vistaβ del reverendo scozzese Robert Kirk, redatto sul finire del XVII secolo [14].

Lβescatologia yeatsiana, oltre a riallacciarsi a quella dei neoplatonici e alla dottrina dellβanamnesi, similmente a quella di Blake [15] e di Eliade [16] (ma anche di McKenna, navigatore della Grande Memoria nella seconda metΓ del Novecento, anchβegli di origini irlandesi) mira in prima battuta allβuscita momentanea del poeta/veggente dal tempo lineare, guidato dal suo Daimon, e, in ultima analisi, ad un definitivo annullamento dellβelemento cronico, per accedere alla beatitudine suprema di quello che lo storico delle religioni romeno definiva βtempo sacroβ, il tempo fuori dal tempo, la dimensione al tempo stesso primordiale e terminale, al di lΓ di ogni dicotomia, cui infine le anime giungeranno [17]:
Β« perchΓ© il mondo esiste solo per essere racconto porto alle orecchie delle generazioni future; e il terrore e la gioia, il nascere e il morire, lβamore e lβodio, e il frutto dellβAlbero, non sono che strumenti di quellβarte suprema che dovrΓ strapparci alla vita e farci entrare, insieme, nellβeternitΓ , come colombi nella colombaia. Β»

Note:
[1] COLLI, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1975 e Apollineo e dionisiaco, Adelphi, Milano 2010
[2] OLIVA, postfazione a Yeats, Rosa Alchemica, SE, Milano 1998, p. 70
[3] Ivi, p. 71
[4] GALLESI, Esoterismo e Folklore in William Butler Yeats, Nuovi Orizzonti, Milano 1990, pp. 16-7
[5] CORBIN, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano 1986
[6] YEATS, Rosa Alchemica, op. cit., pp. 21-2
[7] ELIADE, La nostalgia delle origini, Morcellana, Brescia 2000
[8] YEATS, Il crepuscolo celtico, SE, Milano 2001, p. 103
[9] COPIOLI, postfazione a Yeats, Il crepuscolo celtico, op. cit., p. 148
[10] STOCK, appendice a Una visione, Adelphi, Milano 1973, p. 327
[11] GALLESI, op. cit., p. 35
[12] Ivi, p. 37
[13] YEATS, Per amica silentia lunae, Il cavaliere azzurro, 1986
[14] KIRK, Il regno segreto, Adelphi, Milano 1980
[15] YEATS, Blake e lβimmaginazione, Mimesis, Milano 2005
[16] ELIADE, Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino 1959
[17] YEATS, Rosa Alchemica, op. cit., p. 49

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