Jacques Bergier e il “Realismo Magico”: un nuovo paradigma per l’era atomica

Recentemente tradotto in italiano dai tipi de Il Palindromo, “Elogio del Fantastico” dello scrittore e giornalista francese Jacques Bergier, noto soprattutto per aver scritto con Louis Pauwels “Il mattino dei maghi”, fornisce un’analisi dell’opera di alcuni “scrittori magici” al tempo sconosciuti al pubblico francofono (tra cui Tolkien, Machen e Stanislav Lem), volta a definire un nuovo paradigma per il XXI secolo che possa coniugare la scienza e la fantascienza con la categoria ontologica del “sacro”.


di Marco Maculotti
copertina: ritratto di Jacques Bergier

Jacques Bergier (1912 – 1978) — giornalista, scrittore e ingegnere francese, nato in una famiglia di ebrei russi — Γ¨ noto soprattutto per aver scritto a quattro mani con Louis Pauwels Il mattino dei maghi: introduzione al realismo fantastico (1960), un compendio a metΓ  strada fra un’opera di fantascienza distopica e un trattato esoterico capace di unire fra loro, in maniera piΓΉ o meno coerente (e, soprattutto, alquanto avvincente) tematiche borderline cosΓ¬ distanti tra loro, quali ad esempio l’alchimia, le civiltΓ  scomparse, il nazismo esoterico, il socialismo magico, la mitopoiesi orrorifica di H.P. Lovecraft e Arthur Machen, la Terra Cava e le teorie teosofiche di Madame Blavatsky.

La “via” che Bergier, Β«divulgatore scientifico, esperto di narrativa dell’Immaginario, scienziato “di sinistra” che aveva fatto al Resistenza ed era stato nei lager tedeschiΒ», propose di seguire fu appunto quella del cosiddetto “Realismo Fantastico” (o “Magico”): un nuovo metodo di indagine in cui le conoscenze scientifiche piΓΉ avanzate (fra cui, la fisica quantistica) erano destinate a fondersi con antichi corpora sapienziali, spesso di carattere segreto ed iniziatico (si pensi ai filoni alchemico, ermetico e teosofico), oltre che con il gli studi fortiani sul paranormale e la fantascienza di respiro cosmico del nuovo secolo. Dal punto di vista di Pauwels e Bergier, come scrive Gianfranco de Turris,

Β« […] non c’era una differenza sostanziale fra teorie e ipotesi sostenute nella saggistica scientifica e nei racconti di immaginazione: tutto si poteva mettere sullo stesso piano… Inoltre, piΓΉ o meno apertamente, sostenevano la tesi di una specie di “complotto mondiale” che da tempi immemori cercava d’impedire simili collegamenti e quindi la scoperta di nuove veritΓ , per mantenere l’umanitΓ  a livelli conoscitivi inferiori. Β»

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Tema, quest’ultimo, che Bergier trattΓ² soprattutto nella sua opera I libri maledetti, dove giunse a postulare l’esistenza di una setta di “Uomini in Nero” antica quanto la stessa civiltΓ , che da millenni Γ¨ adibita a occultare, bruciare e togliere dalla circolazione certi testi ritenuti particolarmente dannosi per le implicazioni che sarebbero in grado di far sorgere nella mente dei lettori piΓΉ accorti. Questi enigmatici “Uomini in Nero”, che concettualmente ben poco si distaccano dai celeberrimi Men in Black portati all’attenzione del pubblico statunitense dagli ufologi come da Hollywood, avrebbero tra le altre cose pianificato la distruzione della Biblioteca di Alessandria, ispirato la Santa Inquisizione nella sua tristemente famosa “caccia alle streghe”, persuaso capi di Stato a mettere fuorilegge societΓ  segrete, impartito le censure, ordinato gli arresti di personaggi geniali ed innovatori e infine formulato il cosiddetto “segreto iniziatico”, che se violato puΓ² condurre addirittura all’immolazione per mano dei confratelli e superiori. 

Β« La nostra civiltΓ , come ogni civiltΓ , Γ¨ una congiura. Una miriade di minuscole divinitΓ  […] storna i nostri sguardi dal volto fantastico della realtΓ . La congiura viene adoperata per non farci riconoscere l’esistenza di un altro mondo entro quello che abitiamo, di un altro uomo entro quello che siamo. Bisognerebbe rompere il patto, farsi barbari; e innanzitutto essere realisti: cioΓ¨ partire dal principio che la realtΓ  Γ¨ sconosciuta. Usando liberamente le conoscenze a nostra disposizione, stabilendo tra queste ultime rapporti inattesi, accogliendo i fatti senza pregiudizi vecchi o nuovi, […] vedremmo emergere, insieme alla realtΓ , il fantastico. Β»

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Anche solo da queste brevi note introduttive, il lettore puΓ² immaginare quanto il Nostro stravedesse per il recente filone letterario di narrativa fantastica e fantascientifica, che aveva preso le fila dall’orrore cosmico dei giΓ  menzionati Lovecraft e Machen per salire fino alle profonditΓ  siderali delle stelle e dello spazio infinito. Appassionato del genere fin dalla piΓΉ tenera etΓ  (lesse Jules Verne e Louis Jacolliot a soli tre anni e in seguito divorΓ² letteralmente le opere di Philip K. Dick, Isaac Asimov, Arthur C. Clarke, Gustav Meyrink, Jorge Luis Borges), Bergier cosΓ¬ dichiarΓ² fuori dai denti i suoi intenti letterari e l’eclettico metodo di indagine nell’introduzione al giΓ  menzionato Mattino dei maghi:

Β« Noi pensiamo che proprio al centro della realtΓ  l’intelligenza, per poco che sia iperattivata, scopra il fantastico. Un fantastico che non invita all’evasione, ma a una piΓΉ profonda adesione. È per difetto di fantasia che letterati e artisti cercano il fantastico fuori dalla realtΓ , nelle nuvole. Non ne ricavano che un sottoprodotto. Il fantastico, come le altre materie preziose, deve essere estratto dalle viscere della terra, dal reale. E la fantasia autentica Γ¨ ben altra cosa che una fuga verso l’irreale. Β»

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Non sorprende dunque trovarsi fra le mani un saggio di Bergier, Elogio del Fantastico — in edizione italiana grazie ai tipi de Il Palindromo/I Tre Sedili Deserti, tradotto e curato da Andrea Scarabelli che ne firma pure un esteso commento in appendice — completamente dedicato ai profili di coloro che egli definΓ¬ scrittori magici, creatori di aperture su mondi “altri”, universi (im)possibili differenti dal nostro e ciΓ² nonostante coerenti, dimensioni parallele o alternative che si aprono nelle pieghe del Reale o sotto il velo di Maya, arcaici passati ipertecnologici e futuri distopici che riecheggiano la profezia lovecraftiana sulla venuta prossima di una “Nuova EtΓ  Oscura”.

GiΓ  nel Mattino dei maghi, Bergier inquadrΓ² le vari correnti cultuali e culturali ascrivibili ai filoni sapienziali dell’esoterismo e dell’occultismo come residui di Β«una conoscenza molto antica di natura tecnica applicata contemporaneamente alla materia e allo spiritoΒ», al punto che sui reperti custoditi nei musei non farebbero capolino fantasie astratte ma Β«prescrizioni tecniche precise, chiavi per aprire le potenze contenute nell’uomo e nelle coseΒ» [A. Scarabelli, Jacques Bergier, o del realismo fantastico, p. 288]. Specularmente, il Nostro avanzerΓ  anche una definizione “tecnologica” della magia, Β«residuo tecnico di civiltΓ  piΓΉ avanzate della nostra e oggi scomparse, i cui fenomeni ci risultano incomprensibili quanto lo sarebbe una radiolina a transitor per i primitiviΒ» [Ivi, p. 289].

In Admirations (questo il titolo originale dell’Elogio del Fantastico), oltre ai giΓ  plurimenzionati Lovecraft e Machen, la penna di Bergier vuole portare alla conoscenza del lettore altri grandi epigoni della nouvelle vague del Fantastico: Robert E. Howard e Abraham Merritt, Ivan Efremov e Stanislav Lem, J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, John Campbell, John Buchan e, per finire, Talbot Mundy. Tutti questi autori, sebbene considerati dall’autore come dei “razionalisti”, ebbero il merito di aver saputo trascendere tale razionalismo sfociando, con le proprie creazione immaginali, Β«nella metafisica, nella religione, nel mito e addirittura nel sacroΒ» [de Turris, p. 15]. Concordando con Tolkien, Bergier sostenne la prerogativa propria dell’uomo, attraverso la letteratura fantastica, di creare; in ciΓ², essendo riconosciuta al genere umano una possibilitΓ  che condivide unicamente con Dio [Ivi, p. 272].

Β« Uno scrittore magico Γ¨ colto da un certo demone e cessa di esserlo per ragioni non piΓΉ limpide di quelle della psicologia del genio o della conversione. Β» [p. 29]

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Il punto di vista a dir poco innovativo di Bergier, il quale arrivava a sostenere che Β«l’unico interesse della scienza Γ¨ che fornisce idee alla fantascienzaΒ» [p. 267], attrasse fra gli altri il plauso dello storico di fantascienza Charles Moreau, che lo omaggiΓ² con le seguenti parole di ammirazione [cit. in Scarabelli, op. cit., p. 273]: Β«Bergier ha costituito un legame tra due mondi, meravigliato dal versante fantastico e dall’evoluzione della tecnicaΒ», dando loro Β«caratteri nobili, penetrando nei paradossi della scienza e del meravigliosoΒ» e aggiungendo che, d’altronde, Β«la scienza ha bisogno del meraviglioso per rinascere, come una feniceΒ».

Con queste premesse, Il mattino dei maghi fu motivo di scompiglio e controversie alla sua uscita avvenuta in Francia nel 1960: ad ogni modo ciΓ² non influisce sull’eventualitΓ  di considerare il metodo di lavoro di Bergier e del collega Pauwels alla stregua di una vera e propria rivoluzione in atto, Β«una nuova sintesi tra ragione calcolante e intuizione spirituale che ha sommerso i principi del XIX secoloΒ», che il Nostro ebbe modo di inquadrare come Β«carceriere e boia del fantasticoΒ» [Ivi, p. 274], e che Scarabelli parafrasa come Β«risacca di un Illuminismo che ha eliminato qualsiasi tradizione altra per proporsi come unica veritΓ Β», in tutto e per tutto simile a Β«una forma di monoteismo secolarizzatoΒ».

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Nel “secolo breve”, al contrario, il fantastico rientra prepotentemente dalla porta sul retro, attraverso la scienza stessa (si consideri come esempio paradigmatico il racconto lovecraftiano From Beyond, pubblicato nel 1920) e come conseguenza della cosiddetta “morte del romanzo realista”, i cui “assassini” sono da riconoscere nel Doctor Faustus di Thomas Mann e nel Finnegans Wake di James Joyce.

A tal riguardo, fu Borges a relegare il Realismo come un semplice episodio nella storia dell’arte delle parole: la grande letteratura, in qualunque epoca, non fu mai realista, ovunque e in qualunque momento della storia dell’uomo avendo trionfato l’Immaginario, con la sola eccezione del periodo storico a cavallo tra XIX e XX secolo. A ciΓ² si aggiunga quanto sostenuto dallo storico delle religioni romeno Mircea Eliade, il quale espresse l’opinione che la letteratura fantastica non possa scomparire, in quanto Β«prolungamento della creativitΓ  mitologica e dell’esperienza oniricaΒ» [Ivi, p. 278] — un’idea che emerge in Miti, sogni e misteri (1957) e, piΓΉ di recente, nei saggi contenuti in Occultismo, stregoneria e mode culturali (1983).

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Ci accingiamo ora a tratteggiare brevemente i profili degli “scrittori magici” presentati al pubblico francese da Bergier in questo “Elogio del fantastico”: profili — come avremo modo di vedere — eterogenei, caratterizzati da profonde differenze tanto nel background culturale quanto nella propria personale weltanschauung, e ciΓ² nondimeno tutti forieri di visioni “altre” e creatori di universi immaginali alternativi.

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John Buchan (1875 – 1940)

La visione distopica di John Buchan (1875 – 1940), primo autore presentato da Bergier, si fondava sulla societΓ  umana e sui labili rapporti di forza e di comunicazione che ne determinano il funzionamento a livello globale. Nei suoi romanzi Γ¨ centrale la concezione dell’esistenza di un potere invisibile, sapientemente occultato dietro le sagome di coloro che vengono comunemente ritenuti dalle masse i veri potenti. Egualmente, Buchan lascia intendere come al di sotto delle guerre visibili se ne combatta una invisibile, “sottile” come quella combattuta in tempi antichi dai druidi contro i colonizzatori cristiani. Il vero potere, ad ogni modo, Γ¨ quello esercitato sulle menti altrui: e solo chi ha una volontΓ  realmente “centrata” puΓ² modificare gli eventi a suo piacimento (Γ¨ questo ciΓ² che si definisce abitualmente “magia”).

Con le sue visioni che non esitiamo a definire fanta-geopolitiche, Buchan viene ad oggi ricordato come uno dei romanzieri piΓΉ profetici e “chiaroveggenti” del primo dopoguerra. D’altronde egli sapeva ciΓ² di cui stava scrivendo, essendo stato anche un noto e apprezzato politico oltre che un romanziere: fra le altre cose, al momento del decesso avvenuto nel 1940 ricopriva la carica di vicerΓ© del Canada. Nonostante ciΓ², comunque — per usare le parole di Bergier — Buchan seppe trascendere Β«lo stretto recinto del gretto materialismo delle persone rispettabili e della cultura ufficialeΒ», se non altro anche perchΓ© egli stesso si considerava in possesso della cosiddetta “seconda vista”, un tipo di chiaroveggenza menzionato dalle popolazioni di cultura celtica, portato all’attenzione degli accademici, per la prima volta, dal saggio del reverendo scozzese Robert Kirk The Secret Commonwealth, scritto nel 1692 e pubblicato per la prima volta nel 1815.

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Abraham Merritt (1884 – 1943)

Completamente diversa la “visione” di Abraham Merritt (1884 – 1943), di cui sulle nostre pagine abbiamo giΓ  recensito il romanzo Il vascello di Ishtar, anch’esso recentemente pubblicato in italiano da Il Palindromo nella stessa collana di questo Elogio del fantastico. L’immaginazione di Merritt prende il “la” dalle dottrine teosofiche riguardanti l’esistenza di ere che si ripetono ciclicamente secondo le evoluzioni cosmiche, come ricordato pressochΓ© ovunque nelle culture tradizionali (etΓ  esiodee, yuga, “Soli”, ecc.), e di antiche linee di sangue pre-umane dimoranti su isole o continenti in seguito occultatisi o inabissatisi a causa di diluvi o altri cataclismi.

Sono questi i temi che fondano lo scheletro narrativo di alcuni dei piΓΉ significativi romanzi di Merritt, da Il pozzo della luna a Il volto nell’abisso, da Gli abitatori del miraggio Striscia, ombra!, che si rifΓ  esplicitamente al mito di Atlantide [p. 68]. Altre sue opere sono invece incentrate sulla tematica della stregoneria: Γ¨ il caso del racconto Le donne del bosco e dei romanzi Sette passi verso Satana Brucia, strega, brucia. Con riguardo specialmente agli scritti di questo filone “stregonesco”, Bergier espone al lettore una sua personalissima ipotesi: l’inquadramento del nazismo, in tutti i suoi “riti” (sacrificali e non), come una “religione maledetta”, le cui “offerte di sangue” sarebbero state indirizzate ad “Altre DivinitΓ ” dimoranti, allo stesso modo delle incommensurabili deitΓ  lovecraftiane, negli abissi cosmici [p. 67].

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Arthur Machen (1863 – 1947)

Del gallese Arthur Machen (1863 – 1947) — che al tempo era ancora incomprensibilmente sconosciuto in Francia nonostante il grande successo riscosso oltremanica dal romanzo Il Grande Dio Pan e soprattutto dal racconto Gli angeli di Mons — Bergier tratteggia la giovinezza trascorsa a classificare libri occulti e ad interessarsi di testi alchemici, quindi ne sottolinea l’adesione, dietro l’insistenza dell’amico A.E. Waite, alla celebre Associazione Segreta dell’Alba d’Oro: la Golden Dawn [p. 80-1]. Ma quel che Γ¨ piΓΉ importante ai fini del “Realismo Fantastico” bergieriano Γ¨ lo stretto legame, nella mitopoiesi macheniana, che esiste fra le meraviglie della nuova scienza e i suoi rischi, che al contrario sono tutto fuorchΓ© nuovi: lungi dall’adottare una visione disincantata o moralista, Machen si limita a suggerire al lettore la possibilitΓ  che operazioni scientifiche apparentemente innocue siano in grado di far piombare gli sperimentatori in scenari da incubo, non troppo dissimili da quelli del Sabba e delle possessioni demoniache [p. 86]:

Β« L’ingenuo materialismo del XIX secolo ha dichiarato bancarotta. La terribile realtΓ  dei poteri occulti della materia Γ¨ stata portata alla luce del giorno da Hiroshima e Nagasaki. La psicologia del profondo e l’orrore dei campi di concentramento hanno messo a nudo le forze oscure che controllano l’anima razionale, senza che essa se ne renda conto. Quella di Machen Γ¨ una visione eterna, i cui simboli concordano con la realtΓ  rivelata dalla scienza. Β»

E ancora [p. 103]:

« [Pur] ignorando il codice genetico, Machen intuì che la vita, vecchia di tre miliardi di anni, cela antichi poteri le cui manifestazioni possono essere terribili. »

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Ritratto di Ivan Efremov (1908 – 1972)

Un vero e proprio scienziato (precisamente geologo e palentologo) fu il sovietico Ivan Efremov (1908 – 1972). Bergier lo inquadra nel novero degli “scrittori magici” per la sua capacitΓ  assolutamente non comune di fondere con una coerenza invidiabile le sue conoscenze accademiche e quelle facenti capo al folklore delle steppe russe (e non solo): Incontro su Tuscarora, ad esempio, Γ¨ incentrato sul topos pressochΓ© universale della fontana miracolosa e dell’acqua che rimargina le ferite e assicura la vita eterna; Olgoi-khorkhoi sulla sopravvivenza nella Mongolia dei nostri giorni di un mostro preistorico [p. 106].

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Fu tuttavia grazie all’entusiasmo causato dalle prime esplorazioni spaziali che il nome di Efremov si diffuse oltre i confini sovietici: La nebulosa di Andromeda, pubblicato a puntate su “Tecniche per la gioventΓΉ” a partire dal 1957, registrΓ² grandi successi di pubblico e di critica, sebbene in patria ci fu qualcuno di poco avvezzo al “Realismo Magico” che considerΓ² pericoloso il genio dello scrittore [p. 109]:

Β« Il futuro del nostro autore fece indignare alcuni comunisti ortodossi. Il “Corriere Economico” dedicΓ² al libro un articolo pieno di ingiurie. In quel futuro, infatti, nessuno avrebbe piΓΉ parlato di Marx, Lenin e Stalin, ma sarebbero tornati i nomi degli dΓ¨i greci: Marte, Venere, Zeus… Β»

Il protagonista di un altro suo romanzo, Il filo del rasoio, viene utilizzato come alter-ego per esprimere la sua “visione” mi(s)ticheggiante, da mettere specularmente in relazione con la situazione di insofferenza in cui egli si trovava sempre piΓΉ al cospetto del Partito: il personaggio in cui Efremov si rispecchiava, Β«osteggiato in epoca staliniana — e anche dopo –, abbandonerΓ  l’URSS e fonderΓ  in India un’alleanza tra la dialettica marxista applicata alla scienza e la magia tantricaΒ» [p. 113].

Forse fu anche per questa sua “fuga” dal presente (e dal “tempo storico” propriamente inteso) che il romanzo riscosse particolare successo fra i giovani: Β«dalle quattro del mattino, nelle gelide notti siberiane la gioventΓΉ sovietica affrontava code interminabili per assicurarsi i capitoli de La nebulosa di Andromeda [p. 110]. Lo stesso Yuri Gagarin, primo uomo ad orbitare intorno al pianeta Terra, confessΓ² a Bergier di aver deciso di intraprendere l’iter per diventare astronauta dopo aver letto il suddetto romanzo di Efremov [p. 110].

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John Wood Campbell (1910 – 1971)

Nella persona dello statunitense John Wood Campbell (1910 – 1971) Bergier riconosce l’iniziatore della fantascienza moderna: il suo primo racconto La sconfitta dell’atomo, pubblicato nel 1930, Β«contiene almeno una profezia per rigaΒ»: anticipa, fra le altre cose, l’avvento dei grandi computer moderni, Β«l’energia materiale totale, l’annichilazione della materia con un rendimento energetico pari al cento per centoΒ». Nel seguito, pubblicato da lΓ¬ a pochi mesi, fanno capolino l’intelligenza artificiale e gli automi senzienti [p. 128].

Il suo genio “chiaroveggente”, unito ad una notevole prolificitΓ , lo porterΓ  ad indagare per primo alcuni dei temi piΓΉ eccitanti derivanti dalle piΓΉ moderne prospettive scientifiche: la fisica dei quanti e quella nucleare, i viaggi intergalattici, il rapporto di simbiosi fra uomo e macchinaIl manto di Aesir (1939) Γ¨ ispirato agli studi del fisico P.A.M. Dirac sul “positrone” e sulla cosiddetta “anti-luce” [p. 139]; La “Cosa” da un altro mondo (1938) conobbe riadattamenti cinematografici di successo, il piΓΉ riuscito dei quali Γ¨ quello di John Carpenter (The Thing, 1982), un vero e proprio “film culto” del genere.

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John Ronald Reuel Tolkien (1892 – 1973)

Decisamente opposta nella sua predominanza del Mito sulla scienza Γ¨ la mitopoiesi di un altro dei piΓΉ paradigmatici “scrittore magici” della lista di Bergier: il filologo e linguista britannico John Ronald Reuel Tolkien (1892 – 1973). Vero e proprio demiurgo della parola (d’altronde, fu lui stesso ad affermare che Β«gli autori di fiabe sono creatori di universiΒ» [p. 153]), Tolkien colpisce Bergier innanzitutto per la certosina coerenza ed accuratezza (si pensi, ad es., alla creazione di veri e propri idiomi) che permeano l’intera sua opera, nonchΓ© per la sua incredibile potenza archetipica collettiva, esulante la mera psicologia dell’autore [p. 148]:

Β« Non Γ¨ mai stato inventato un mondo immaginario altrettanto molteplice e provvisto di coerenti leggi interne, cosΓ¬ puro, nonchΓ© incontaminato dalla psicologia dell’autore. Mai mondo immaginario ha sfiorato l’autentica condizione umana senza cadere in allegorie. Β»

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Robert E. Howard (1906 – 1936)

Il successo delle opere di Tolkien fu preceduto e favorito dalla popolaritΓ  dello statunitense Robert E. Howard (1906 – 1936), suicida a soli trent’anni, considerato da Bergier un Β«genio venuto da fuoriΒ» alla pari di Lovecraft [p. 218]. Similmente a Tolkien e ancora di piΓΉ a Merritt, Howard pesca a piene mani, per la creazione della sua saga di Conan il Barbaro, dalle tradizioni antiche riguardanti l’esistenza di supposte popolazioni pre-umane, civiltΓ  antidiluviane e spaventosi cataclismi che avrebbero progressivamente cambiato drammaticamente il volto del pianeta Terra. L’esplicita menzione a Iperborea, nonchΓ© ai continenti sommersi di Lemuria e Atlantide suggerisce che la massima influenza per Howard a questo riguardo fu La dottrina segreta di Helena Petrovna Blavatsky, la “Bibbia” della Teosofia.

Ancora piΓΉ degna di nota Γ¨ una rivelazione che Howard stesso fece al collega Clark Ashton Smith in una lettera scritta nel 1933: egli ammise di aver scritto le avventure di Conan Β«in uno stato di semi-automatismo: Conan in persona era accanto a lui a dettargli i racconti. Lo considerava un personaggio realeΒ» [p. 225]. Si mediti qui peraltro sul fatto che altri scrittori della medesima generazione di Howard (quali ad es. l’austriaco Gustav Meyrink, l’irlandese W.B. Yeats e il portoghese Fernando Pessoa, tutti e tre pienamente ascrivibili al novero degli “scrittori magici” secondo i criteri di Bergier) sperimentarono la scrittura semi-automatica in uno stato di incoscienza.

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Talbot Mundy (1879 – 1940)

Similmente a molti degli autori finora menzionati, anche Talbot Mundy (1879 – 1940) riteneva che le civiltΓ  fossero nate e tramontate diverse volte, ragion per cui dedicΓ² un ciclo di cinque libri (I Nove SconosciutiJimgrimLa guardia del DiavoloC’era una portaLuce nera) alla sopravvivenza nella nostra epoca di segreti delle antiche civiltΓ , che erano in possesso di una tecnologia piΓΉ avanzata della nostra. Anch’egli profondamente influenzato dalla Blavatsky — ma anche da altri che hanno scritto sul tema del regno segreto di Agharti/Shamballah (R. GuΓ©non, F. Ossendowsky, Saint-Yves d’Alveydre) — Mundy cala i personaggi dei propri romanzi in situazioni avventurose e caledoscopiche, concedendosi nondimeno pregevoli riflessioni di carattere esoterico, a metΓ  strada fra Platone ed E.A. Poe [p. 237]:

Β« Invece di ambire a eguagliare la saggezza degli dΓ¨i, perchΓ© non ammettere che i nostri sogni ci legano all’universo da dove siamo giunti — prima di cadere nello spazio-tempo — e in cui faremo ritorno? Alcuni sogni sono i ricordi della saggezza acquisita nell’infinito antecedente la nascita del mondo, e i piΓΉ saggi tra i saggi credono che la vita terrestre sia solo un sogno. Β»

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Clive Staples Lewis (1898 – 1973)

Il mundus imaginalis dell’irlandese Clive Staples Lewis (1898 – 1973), pur anticipando qua e lΓ  qualche recente scoperta o idea scientifica (ad es., come vedremo a breve, l’esistenza di “cinture di radiazioni” intorno al globo terrestre), fu invece profondamente influenzato dalle dottrine gnostiche che vedono l’essere umano come imprigionato su questo pianeta e sottoposto al dominio “sottile” degli Eldila (plurale di Eldil), esseri immateriali che abitano lo spazio tra un mondo e l’altro, aventi delle corrispondenze tradizionali con gli Arconti e gli Angeli Caduti. L’Eldil che comanda sul mondo sublunare ha le caratteristiche del Demiurgo degli Gnostici [p. 174]:

Β« L’Eldil che domina la Terra Γ¨ folle. Ha abbandonato la grande confraternita degli Eldila, non ammette piΓΉ l’autoritΓ  di Maladil il Giovane [il creatore delle stelle, ndr] ed esercita sul nostro pianeta una tirannia spietata. AffinchΓ© non possa estendere il proprio dominio su altri pianeti, la Terra viene circondata da una cintura di radiazioni. Tutto ciΓ² fu scritto nel 1938: nel 1959, Van Allen e Vernoff scoprirono che il nostro pianeta Γ¨ davvero circondato da una cintura di radiazioni. Β»

Profondamente credente in seguito ad una drammatica conversione (Β«una resa incondizionata e colma di terroreΒ» [p. 173]) avvenuta nel 1929, Lewis inquadrΓ² il dramma cosmico dell’umanitΓ , cosΓ¬ caro alle correnti gnostiche del primo cristianesimo, in un’atmosfera escatologica (da “tempi ultimi”) che fa da cornice ai tre titoli della sua opera prima, la “trilogia fantateologica” formata da Lontano dal pianeta silenziosoParelandra Quell’orribile forza. Nella sua personalissima concezione per metΓ  teologica e per metΓ  letteraria, l’Autore reputa la scienza e la fantascienza (Β«soprattutto quella che incita l’uomo ad abbandonare il pianetaΒ» ai fini dell’esplorazione spaziale) alla stregua di Β«strumenti dell’Eldil oscuro, signore di questo mondoΒ» [p. 175].

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Ai comandi di questo Princeps Huius Mundi rispondono gli adepti dell’Istituto Nazionale degli Esperimenti Coordinati, che a parere di Bergier Β«ricorda singolarmente alcune moderne organizzazioni transnazionaliΒ» nel suo anelito di instaurare una sorta di Β«dittatura di un razionalismo neo-hitlerianoΒ» [p. 179]. In quelle che lo scrittore francese definisce Β«le righe piΓΉ opprimenti scritte nel XX secoloΒ», Lewis dipinge la nostra epoca con tonalitΓ  lovecraftiane [pp. 184-5]:

Β« Le scienze fisiche, buone e innocenti in sΓ©, avevano giΓ  cominciato ad essere distorte e subdolamente manovrate in una certa direzione. Negli scienziati si era sempre piΓΉ affievolita la speranza di raggiungere veritΓ  obiettive; il risultato era l’indifferenza per questo problema e la ricerca esclusiva del potere puro e semplice. Ciance sullo slancio vitale e amoreggiamenti con il panpsichismo promettevano di ripristinare l’Anima Mundi dei maghi. I sogni di un destino lontano e futuro dell’uomo diseppellivano dal sepolcro basso e inquieto il vecchio sogno dell’Uomo-Dio. […]

Ci sarebbero state cose incredibili, dal momento che non credevano piΓΉ in un universo razionale? Ci sarebbero state cose oscene, dal momento che sostenevano che ogni moralitΓ  era un semplice sottoprodotto soggettivo delle situazioni fisiche ed economiche degli uomini? I tempi erano maturi. Secondo il punto di vista accettato nell’Inferno, tutta la storia della nostra Terra conduceva a questo momento. Ora, infine, c’era la reale possibilitΓ  che l’Uomo cacciato dall’Eden riuscisse a scuotersi di dosso quella limitazione dei poteri che la misericordia gli aveva imposto come protezione contro i risultati estremi della caduta. Se questo piano riusciva, l’Inferno si sarebbe infine incarnato. Β»

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Stanislaw Lem (1921 – 2006)

Ci troviamo qui di fronte, come non di rado accade leggendo le creazioni degli “scrittori magici” della lista bergeriana, ad una posizione radicalmente e filosoficamente pessimista; la stessa che Bergier rintraccia, pur non ignorando le profonde differenze tra i due autori, anche nell’opera del polacco Stanislaw Lem (1921 – 2006), seconda “penna” del Blocco orientale che il Nostro portΓ² all’attenzione del lettore francofono.

Nei romanzi di Lem, scrive Bergier, Β«ci scontriamo con l’incomprensibile… l’universo Γ¨ troppo complicato perchΓ© noi si possa comprenderloΒ» [p. 190]. L’universo di cui fa esperienza il lettore di Solaris, per esempio, Γ¨ il paradigma spaziale del “Totalmente Altro”: le architetture e geometrie non euclidee di lovecraftiana memoria che sorgono dall’oceano esulano completamente da ogni raziocinio e utilitΓ  umana, suggerendo piuttosto la concezione induista della manifestazione spazio-temporale come lΔ«lā, “gioco”, “distrazione”, “passatempo”, ma anche “mera apparenza”, “simulazione” [p. 191]:

Β« L’oceano non solo ha un’intelligenza “altra”, ma possiede anche mezzi tecnici superiori a quelli che conosciamo. […] Parti dell’oceano assumono forme, generano architetture, secondo leggi impossibili da spiegare. È arte? Matematica? Si tratta solo di un gioco? O forse siamo di fronte a una forma di attivitΓ  intellettuale del tutto incomprensibile? Nessuno lo sa, nΓ© lo saprΓ  mai. Β»

Il pessimismo di Lem Γ¨ sΓ¬ cosmico ma, a differenza di quello di Lewis, Γ¨ del tutto privo della dimensione “sacrale”: Lem d’altro canto, a differenza di Efremov, incarnava per i Sovietici il letterato “modello”, ateo e ben saldo nelle sue credenze razionalistiche e materialistiche, capaci di sfociare eventualmente in correnti post-spirituali come quella cosmista, ma mai in concezioni “profetiche” ed “apocalittiche” come quelle di Lewis, e nemmeno orientate secondo una prospettiva di stampo “mitico-tradizionale” come avvenne per Tolkien, Machen, Merritt e Lovecraft.

Paradigmatico in questo senso Γ¨ il racconto La veritΓ , in cui un team di scienziati scopre con somma disperazione che la vera vita si sviluppa tra le alte temperature del plasma incandescente: Β«il Sole e le stelle sono viventi, ma noi no!Β», Β«Noi siamo ininfluente materia moribondaΒ» [p. 195]. Β«La scienza materialista ha raggiunto il proprio limite, e per Lem non vi Γ¨ nulla oltre il materialismoΒ», chiosa laconicamente Bergier. Β«L’opera si chiude cosΓ¬ all’insegna di una disperazione razionalistaΒ» [p. 194]. Un altro racconto di Lem, Dai ricordi di Ijon Tichy, avanza l’ipotesi che noi esseri umani Β«siamo solo registrazioni su nastri magnetici che si illudono di vivereΒ»! Bergier intravede qui nello scrittore sovietico un’attitudine che non esita a definire diabolica [p. 196]:

Β« Lem utilizza le prove dell’esistenza dell’anima o della mente (telepatia, chiaroveggenza e premonizione) in senso contrario, dimostrando che non siamo nemmeno le macchine automatiche immaginate dalla psicologia comportamentale, bensΓ¬ registrazioni prive di realtΓ  materiale. Β»

⁂ β‚ β‚

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Jacques Bergier (1912 – 1978)

Per concludere, quale visione opporre al Β«gretto materialismoΒ» che emerge dalla fantascienza sovietica di Lem? La pietra di fondazione del nuovo paradigma — quello, appunto, del “Realismo Magico” — Γ¨ secondo Bergier da rintracciarsi nella corrispondenza tra uomo e universo (microcosmo e macrocosmo), un assunto antichissimo ben noto a maghi, alchimisti e cabalisti che lo scrittore francese aggiorna al 1969 [p. 198]:

Β« il cervello Γ¨ come un computer che puΓ² costruire nei propri circuiti un modello del cosmo. Β»

E ancora, baudelairianamente [p. 199]:

Β« il cosmo intero Γ¨ un enorme messaggio cifrato, aperto all’uomo. Β»


19 commenti su “Jacques Bergier e il “Realismo Magico”: un nuovo paradigma per l’era atomica

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